La revisione dell’Ets presentata a luglio allenta la pressione sulle imprese, ma Confindustria la giudica insufficiente per la competitività globale

Più quote di emissione di CO2 e tempi più lunghi. La proposta di revisione dell’Ets presentata lo scorso 17 luglio dalla Commissione europea sembra un sollievo per le imprese, ma è proprio nel dettaglio tecnico che si misura la distanza tra l’annuncio e le criticità che restano irrisolte. La proposta è arrivata assieme al Piano d’azione per l’elettrificazione: da un lato si annuncia un’accelerazione sull’energia pulita, dall’altro si concede all’industria un allentamento della pressione sulle emissioni. Il dettaglio non è secondario: nel sistema Ets le quote sono il segnale che scandisce il ritmo delle riduzioni. Concedere più quote e allungare i tempi non è una modifica di calendario, è un cambio di pendenza della curva di decarbonizzazione.

Più quote e tempi lunghi: il meccanismo della proposta

La decisione tecnica contenuta nella proposta è semplice da leggere nel testo: le industrie avranno più quote di emissione di CO2 e per più tempo. Aumentare le quote e dilatarne i tempi equivale a ridurre la pressione immediata sugli impianti. La Commissione sceglie quindi di alleggerire il ritmo della decarbonizzazione, almeno sul fronte regolatorio.

Il punto è che questo allentamento arriva insieme a un Piano d’azione per l’elettrificazione che punta a muovere i consumi verso l’energia elettrica pulita. L’accostamento tra i due provvedimenti rende visibile il cortocircuito: da una parte si accelera l’elettrificazione, dall’altra si rallenta l’uscita dalle emissioni industriali. La domanda che resta aperta è se diluire le quote risponda davvero alle criticità strutturali del sistema Ets.

La reazione di Confindustria: insoddisfazione strutturale

Se la Commissione presenta la proposta come un favore alle imprese, la prima risposta arriva proprio da chi dovrebbe beneficiarne. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha giudicato insoddisfacente la revisione dell’Ets. La formula è misurata, ma il contenuto è netto: «La proposta della Commissione si limita a interventi con effetti solo marginali nel breve termine e non affronta le criticità strutturali del sistema nel contesto globale.»

L’aspetto interessante è che Orsini non contesta la direzione dell’allentamento. Contesta che sia sufficiente. Non si tratta di una critica esterna: arriva da chi rappresenta il sistema produttivo. Il problema, per Confindustria, non sta solo nel numero di quote, ma nella struttura del meccanismo: una revisione che tocca solo il margine non scioglie i nodi strutturali che pesano nel confronto globale. Le parole scelte — «effetti solo marginali» — sono un giudizio che punta più in là del breve termine.

Questa insoddisfazione apre una domanda più ampia: chi ci guadagna davvero da un carbon price debole? Se il problema dichiarato è la competitività, una revisione che non tocca le criticità strutturali rischia di essere solo un rinvio, non una semplificazione.

Il favore che diventa svantaggio competitivo

A dare una lettura più ampia alla posizione di Confindustria interviene il think tank Strategic Perspectives: la proposta di revisione dell’Ets dello scorso 17 luglio è, secondo i suoi analisti, un cavallo di Troia. Sembra un regalo per le aziende, perché consente di ritardare le riduzioni delle emissioni, ma in realtà le mette in una posizione di svantaggio competitivo rispetto alle aziende cinesi che accelerano.

Il paradosso sta nel meccanismo: ciò che appare come un favore alle imprese europee finisce per indebolirle proprio sul terreno della competizione tecnologica ed energetica. L’immagine del cavallo di Troia è precisa: il vantaggio percepito nel breve periodo si trasforma in un costo competitivo più avanti. Mentre la Cina accelera sulla decarbonizzazione e sulle filiere collegate, l’Europa allenta il proprio segnale di prezzo. Secondo Hydrogen Europe, un prezzo del carbonio forte e robusto, sostenuto da un ETS ambizioso, è essenziale per raggiungere una decarbonizzazione industriale finanziariamente sostenibile in Europa.

La domanda che resta sul tavolo è quindi strutturale: se un prezzo del carbonio robusto è la leva per una decarbonizzazione finanziariamente sostenibile, quando arriverà una revisione ETS davvero ambiziosa? La proposta dello scorso 17 luglio non risolve le criticità strutturali e, secondo Strategic Perspectives, rischia di lasciare l’industria europea indietro rispetto alla Cina. Per chi gestisce impianti, il segnale è chiaro: un carbon price debole ritarda, non semplifica, la transizione.