Le rotte commerciali di ammoniaca e urea passano per una sola strozzatura e i progetti in Oman ed Egitto corrono
Circa il 15% del commercio globale di ammoniaca e il 21% dell’urea dipendono, secondo Rystad Energy, da esportatori potenzialmente colpiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. È questo numero, non un comunicato, a spiegare perché Hynfra punta miliardi sull’ammoniaca verde: lo spiega Tomoho Umeda, CEO di Hynfra, in un’intervista pubblicata il 5 agosto scorso, dove ragiona su un dato che riguarda ammoniaca e urea, non solo greggio, e su un rischio concreto: la guerra USA-Iran potrebbe aumentare la domanda di ammoniaca verde.
Il numero di Rystad Energy, pubblicato nel 2025, descrive la geografia del problema. Ammoniaca e urea — quest’ultima un fertilizzante ad alto contenuto di azoto — viaggiano su rotte esposte a un’unica strozzatura, e una chiusura effettiva dello stretto minaccerebbe direttamente quel commercio. Significa che una parte rilevante dell’offerta globale di ammoniaca potrebbe dover cercare, in fretta, alternative produttive fuori dal Golfo. Quando Umeda spiega come intende finanziare progetti multipli da miliardi di dollari per idrogeno verde e ammoniaca, distribuiti tra Medio Oriente, Nord Africa e Asia, sta dicendo che il rischio Hormuz va aggirato con impianti che non dipendano da quello stretto. Cosa succede se lo stretto si chiude davvero? I capitali si stanno già muovendo per costruire una risposta.
I miliardi che si spostano: Egitto e Oman
La risposta non è teorica: si vede già nelle pipeline di investimento. Il primo tassello è l’Egitto, dove il progetto di Hynfra prevede una prima fase di produzione da 400.000 tonnellate all’anno a partire dal 2031, con il potenziale di salire fino a un milione di tonnellate nelle fasi successive. L’investimento iniziale è stimato in circa 5 miliardi di dollari, una cifra che arriva a 10 miliardi a piena capacità produttiva.
Il secondo tassello è l’Oman, e qui il nome non è Hynfra ma ACME Group. A Duqm, la Fase 1 del progetto di ammoniaca verde — 100.000 tonnellate all’anno — è in costruzione, con le prime esportazioni verso l’Europa previste per metà 2027, cioè tra meno di un anno. ACME ha annunciato anche i piani per le Fasi 2 e 3 del progetto, per un investimento combinato di circa 4,2 miliardi di dollari.
Il contrasto è istruttivo. In Egitto si ragiona su scala grande: 400.000 tonnellate all’anno al debutto, un milione in prospettiva, ma con un orizzonte al 2031 e un capitale iniziale di 5 miliardi. In Oman la scala è più piccola — 100.000 tonnellate all’anno nella Fase 1 — ma il cantiere è già avviato e l’Europa è nel mirino a metà 2027. Non è solo una questione di volumi: i tempi del finanziamento e della costruzione contano quanto la capacità produttiva annunciata. Chi arriverà prima sul mercato europeo? Non è detto che vinca il progetto più ambizioso: è più probabile che vinca chi carica la prima nave senza passare da Hormuz.
Il calendario che conta: 2027 e 2031
Dopo i capitali, i tempi. Il calendario si riduce a due date da verificare: metà 2027, quando sono attese le prime esportazioni di ACME da Duqm verso l’Europa; e il 2031, quando il progetto egiziano di Hynfra dovrebbe entrare in produzione con 400.000 tonnellate all’anno. Due date, due scale diverse, ma una stessa logica: produrre ammoniaca verde fuori dal collo di bottiglia.
Il prossimo test è la metà del 2027, quando le prime esportazioni ACME verso l’Europa diranno se la scommessa regge. Poi toccherà al 2031 egiziano. Tenete d’occhio quei due numeri.




