Il progetto da 1,4 GW richiede monopili da 1.800 tonnellate e pale da 115 metri, spostando la sfida dalla rete
Il completamento delle fondazioni di East Anglia Three non è una notizia da 1,4 GW. È una notizia da cantiere navale: più acciaio, più peso, più logistica. L’eolico offshore ha smesso di essere un problema elettrico ed è diventato un problema di siderurgia e navi.
Il cantiere, non la centrale
Annunciato il 17 agosto 2026 da ScottishPower Renewables e Masdar, il progetto ha portato in posa i 95 monopili e i transition piece e con essi i monopili più grandi d’Europa installati da una jack-up. La produzione di Haizea Wind Group e Navantia-Windar ha sfornato strutture con il peso dei monopili tra 1.200 e 1.800 tonnellate, l’altezza dei monopili tra 67 e 84 metri e il diametro dei monopili fino a 10,6 metri. La campagna offshore di Seaway7 ha usato la jack-up Seaway Ventus, mentre i transition piece superano le 400 tonnellate.
Il parco da 1,4 GW monterà 95 turbine Siemens Gamesa 14+ MW e sarà il primo progetto offshore britannico con pale da 115 metri. Secondo i developer, l’investimento nella supply chain britannica sfiora i 2 miliardi di sterline e i posti di lavoro in costruzione sono 2.300.
Non è una gara di megawatt, è una gara di acciaio.
La corsa mondiale dell’acciaio
Il caso britannico si inserisce in una filiera che sta correndo. Nel 2024, la capacità eolica globale installata ha toccato 117 GW, con il mix onshore-offshore sbilanciato: 109 GW a terra e 8 GW in mare. Nello stesso anno, le assegnazioni offshore globali sono state 56,3 GW. Secondo le previsioni GWEC sull’offshore, la capacità installata annuale passerà da 16 GW nel 2025 a 34 GW nel 2030. Intanto, nel mercato BESS tedesco emerge un backlog di circa 270 GW di richieste di connessione presso i TSO.
Il trade-off per chi installa
East Anglia Three mostra il nuovo rapporto tra promessa tecnologica e limite reale. Turbine più grandi, pale da 115 metri e monopili da 1.800 tonnellate impongono navi jack-up più capaci, porti con banchine rinforzate e finestre meteo più strette. Chi progetta un parco offshore oggi non può più ragionare solo per megawatt: deve fare i conti con tonnellate d’acciaio, disponibilità di navi e colli di bottiglia di rete. La Germania, con 270 GW di richieste di connessione in attesa, è il segnale che la parte difficile non è produrre energia, ma portarla a terra e integrarla.




