I criteri “Made in EU” premiano gli impianti ma non salvano i produttori locali, mentre i finanziamenti pubblici finanziano tecnologia
A marzo 2026 l’UE ha adottato l’Industrial Accelerator Act, introducendo criteri “Made in EU” per solare e batterie. Il giorno prima, in Francia, un’altra fabbrica di moduli aveva chiuso. Il giorno dopo, un produttore cinese firmava una partnership strategica.
La regola nasce già contraddetta dalla realtà.
L’Italia non scherza. Il decreto FER X impone i requisiti di componenti non cinesi per quattro aste di solare ed eolico. Le stesse regole erano già state usate nell’asta NZIA dello scorso anno, che ha assegnato contratti per 1,1 GW di solare. Peccato che quei contratti non abbiano tenuto in vita una sola fabbrica europea. Un atto vincolante, certo. Ma l’attuazione ha un vizio: premia gli impianti, non i produttori.
Un target dichiarato, nessuna risorsa per produrlo
L’Industrial Accelerator Act non si limita ai proclami: i criteri su appalti e aiuti pubblici si applicheranno a chi vuole soldi dallo Stato. Ma chi resta in Europa per chiederli? Non Carbon, non Photowatt, non Systovi.
La politica annuncia, il mercato chiude.
Il cimitero francese: tre nomi, tre fallimenti
- La chiusura di Photowatt da parte di EDF Renewables a gennaio 2025 ha lasciato a casa decine di operai.
- La liquidazione di Systovi nell’aprile 2024 è arrivata dopo il fallito tentativo di trovare un acquirente, nonostante l’azienda avesse ampliato la capacità annua a 80 MW di moduli.
- L’abbandono di Carbon a Fos-sur-Mer nel maggio 2026 ha cancellato un progetto da 5 GW, giustificato da la visibilità normativa insufficiente e garanzie per gli investitori.
Dalla finestra entra Trina Solar
Mentre le fabbriche europee chiudono, HoloSolis ha portato a bordo il partner tecnologico Trina Solar. Un’azienda cinese, il tipo di soggetto che i criteri “Made in EU” vorrebbero escludere. E HoloSolis è un progetto francese che punta a moduli ad alta efficienza. Se riceverà un solo euro di sostegno pubblico, quel denaro finirà per finanziare tecnologia cinese. La finestra è aperta, e la porta principale è già sbarrata per i produttori locali.
Chi perde? I lavoratori di Fos-sur-Mer, di Bourgoin-Jallieu, di Nanterre. I contribuenti che finanziano aste e crediti d’imposta. Chi vince? I fornitori asiatici, con la benedizione implicita di chi non sa difendere l’industria europea. Cosa resta aperto? Un’unica domanda: Bruxelles cambierà rotta o continuerà a predicare mentre Parigi firma con Pechino?




