Il decreto attuativo è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio, ma l’iter si è concluso quasi quattro mesi
La scadenza di Bruxelles era fissata al 5 aprile 2026. Il via libera definitivo del Consiglio dei ministri è arrivato il 2 luglio. A metà agosto, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 31 luglio, il recepimento della direttiva europea sui mercati del gas e dell’idrogeno è ufficialmente cosa fatta. Ma la domanda non è più se l’Italia fosse in ritardo: è se le tubature del gas di oggi reggeranno l’idrogeno di domani.
Il testo recepisce la direttiva (UE) 2024/1788, approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio già il 13 giugno 2024. È arrivato su proposta del Ministro per gli affari europei, il PNRR e le politiche di coesione e del Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, di concerto con altri quattro ministeri. Un atto formale, necessario, che andava portato a termine entro una data precisa. E la data è stata mancata.
Il 5 aprile e il 2 luglio: cronaca di un ritardo annunciato
A guardare il calendario, il ritardo è tutto lì. Lo scorso 27 marzo, a nove giorni dalla scadenza, il Consiglio dei ministri aveva deliberato in via preliminare lo schema di decreto. Il giorno spartiacque era il 5 aprile: secondo quanto riporta il parere della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato e le regioni, il termine di scadenza della delega era fissato per quel giorno. In altre parole, quando il Governo ha dato il primo via libera formale, il tempo per completare l’iter era già quasi esaurito.
La cronologia successiva parla da sola. Il parere della Conferenza Stato-regioni è arrivato nella seduta dell’11 giugno. La deliberazione definitiva del Consiglio dei ministri è datata 2 luglio. E la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è slittata al 31 luglio. Tra la scadenza europea e l’adozione definitiva sono passati quasi tre mesi; tra la scadenza e la pubblicazione, quasi quattro. Non è un dettaglio tecnico: la delega era stata costruita su tempi precisi, e quei tempi sono saltati uno dopo l’altro.
Venti direttive, un decreto: la macchina della delega
Per capire il ritardo non basta guardare il calendario. Serve entrare nel meccanismo della legge di delegazione europea 2024. È la legge 91/2025, che prevede il recepimento di 20 direttive e l’adeguamento dell’ordinamento nazionale a 21 regolamenti europei. Un pacchetto enorme, dentro il quale il decreto su gas rinnovabile, gas naturale e idrogeno è soltanto uno dei tanti tasselli. L’Allegato A di quella stessa legge include ulteriori 21 direttive da recepire senza bisogno di principi o criteri specifici di delega. In pratica, l’apparato normativo italiano viaggia su due binari: le direttive con delega puntuale e quelle che passano in automatico. E su entrambi, l’accumulo di scadenze produce ritardi a catena.
Idrogeno nelle vecchie tubature: risparmio o illusione?
Il nodo del recepimento non è solo formale. È fisico: sta nelle condotte che oggi trasportano gas naturale. Le nuove regole europee, spiega la Commissione, creeranno condizioni perché una parte delle infrastrutture esistenti del gas naturale possa essere riconvertita all’idrogeno, con risparmi sui costi e sostegno alla decarbonizzazione. La promessa è allettante: invece di costruire nuove reti, si riutilizzano quelle già interrate. Meno investimenti, meno cemento, tempi più rapidi. Ma proprio qui il ragionamento si fa accidentato.
La direttiva stabilisce il principio, non il percorso. Nulla dice su chi dovrà farsi carico degli adeguamenti tecnici, con quali risorse, in che tempi. Una condotta progettata per il gas naturale non è automaticamente idonea a trasportare idrogeno: ci sono questioni di permeabilità, di materiali, di sicurezza. E la convenienza economica per i gestori delle reti e per le imprese è tutta da dimostrare. Il decreto crea le condizioni giuridiche, ma il passaggio dalla norma ai fatti dipenderà da investimenti, decisioni regolatorie e scelte industriali che un atto di recepimento da solo non può sostituire.
Resta da capire se i gestori delle reti e le imprese avranno la convenienza e la capacità di investire nella riconversione, o se il riuso resterà soltanto una promessa scritta in una direttiva recepita in ritardo.
Il recepimento è arrivato, ma il tempo perso non si recupera da solo. La vera partita ora è capire se le infrastrutture esistenti diventeranno davvero l’asse della decarbonizzazione o solo un alibi per rinviare le scelte difficili.




