Il parere sul DL 45/25 è arrivato mentre le richieste dei municipi superavano quelle delle famiglie.

A fine maggio 2025, mentre la X Commissione approvava il parere sul DL 45/25, un dato passava quasi inosservato: secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, in pochi giorni erano arrivate oltre 2.200 richieste per il Conto Termico 3.0, un avvio definito molto positivo, e l’85% riguardava interventi di ristrutturazione ed efficientamento energetico di edifici pubblici da parte di piccoli Comuni. Non il solito incentivo per le famiglie, ma una corsa dei municipi.

L’85% che sposta il baricentro

Il numero assoluto, da solo, andrebbe maneggiato con prudenza: senza una serie storica omogenea non è possibile dire se le oltre 2.200 richieste rappresentino un record o un semplice avvio fisiologico. Ma la composizione della domanda è meno ambigua. Otto domande su dieci non arrivavano da nuclei familiari o imprese, ma da amministrazioni comunali di piccole dimensioni, concentrate sulla ristrutturazione e sull’efficientamento energetico di edifici pubblici.

Per capire cosa significhi, serve una premessa. Il Conto Termico 3.0, come stabilito dalle regole applicative pubblicate dal GSE, incentiva interventi di piccole dimensioni per l’incremento dell’efficienza energetica e per la produzione di energia termica da fonti rinnovabili, con una dotazione finanziaria di 900 milioni di euro annui. È uno strumento pensato per muovere una platea ampia, ma il primo avvio ha mostrato una concentrazione precisa: la domanda pubblica locale, non quella residenziale, ha dominato la fase iniziale.

Il dato sposta il baricentro dell’incentivo. Se la corsa iniziale è stata dei municipi, la geografia del Conto Termico 3.0 non è quella che spesso si associa agli incentivi termici: è una questione di patrimonio pubblico diffuso e di sindaci chiamati a decidere in fretta. Ma se la domanda corre, perché il decreto è ancora segnato dal ritardo politico?

Il ritardo che stride con la corsa

La domanda correva, ma la cornice normativa arrancava. Nella stessa seduta del 28 maggio 2025, presieduta da Alberto Luigi Gusmeroli, la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava aveva risposto in videoconferenza alle interrogazioni a risposta immediata. La Commissione approvò il parere favorevole sul DL 45/25, che dopo il passaggio al Senato risultava composto da 26 articoli invece degli 11 originari, come segnalava la relatrice Giorgia Andreuzza.

Proprio in quel passaggio parlamentare, però, il Movimento 5 Stelle esprimeva insoddisfazione. Il deputato Enrico Cappelletti, come riportato da Build News, si disse «non soddisfatto di quanto esposto dalla rappresentante del Governo che evita di rispondere a una domanda precisa su quando sarà adottato il decreto ministeriale». Per l’esponente M5S restava il fatto di un ennesimo ritardo nell’adozione di un provvedimento che interessa la decarbonizzazione e che potrebbe ridurre le bollette a carico di cittadini e imprese.

La frizione è evidente: da un lato una misura che suscita interesse immediato da parte degli enti locali, dall’altro un iter che, secondo l’opposizione, continuava a slittare. Resta da capire se l’avvio positivo basterà a trasformare le richieste in interventi reali.

La vera partita si gioca nei municipi

Se il primo assaggio è questo, il seguito dipenderà da un fattore spesso trascurato: la capacità di spesa dei piccoli Comuni. Con oltre 2.200 richieste arrivate in pochi giorni e una quota così alta di domande provenienti da edifici pubblici, il banco di prova non è più la fase di presentazione delle istanze, ma la trasformazione delle richieste in progetti esecutivi, affidamenti e cantieri.

La decarbonizzazione del patrimonio pubblico locale passa da qui. Un piccolo Comune che ottiene l’incentivo deve poi essere in grado di gestire la progettazione, le procedure di appalto e la rendicontazione: passaggi che assorbono competenze tecniche e risorse amministrative non sempre disponibili. Il rischio, se la capacità di spesa non segue la domanda, è che una parte delle richieste resti sulla carta.

Per questo il prossimo numero da osservare non è quante domande arrivano, ma quante diventano cantieri. Il Conto Termico 3.0 ha già spostato il baricentro: ora tocca ai piccoli Comuni dimostrare di saper spendere.