Il piano punta a ridurre la bolletta fossile di 260 miliardi l’anno, ma la filiera dipende da Pechino per componenti
Guidare un veicolo elettrico a batteria può far risparmiare fino al 78% rispetto a un’auto equivalente a combustibili fossili. Eppure l’elettricità copre appena il 23% del consumo finale di energia nell’Unione Europea. È da questo paradosso che muove il Piano d’azione per l’elettrificazione pubblicato dalla Commissione europea lo scorso 17 luglio: portare quella quota al 46% entro il 2040 e rendere l’Europa il primo continente alimentato elettricamente.
L’obiettivo indicativo del 46% sarà valutato nell’ambito del pacchetto post-2030 sull’Unione dell’energia, ma le sue implicazioni sono già misurabili. Secondo la Commissione, raggiungere quel traguardo potrebbe ridurre la bolletta delle importazioni di combustibili fossili dell’UE di 260 miliardi di euro all’anno entro il 2040. Non è una previsione simbolica: è il valore della sostituzione progressiva di gas, petrolio e carbone con energia elettrica generata internamente.
La promessa del 46%: risparmi e consenso industriale
Il punto di forza del piano non sta solo nel target aggregato, ma nel tipo di risparmio che promette al singolo consumatore. L’elettrificazione dei trasporti, in particolare, è il segmento dove la differenza di costo è più marcata: guidare un’auto elettrica a batteria può ridurre i costi fino al 78% rispetto a un veicolo equivalente a combustibili fossili. È un differenziale che spiega perché, sul medio periodo, la convenienza economica dell’elettrificazione non dipenda soltanto dagli incentivi pubblici.
Anche sul fronte industriale il piano trova sponde non scontate. Tinne Van der Straeten, CEO di WindEurope, ha commentato a metà luglio che raddoppiare la quota di elettricità nel mix energetico entro il 2040 è la scelta giusta. Il consenso dell’industria eolica non sorprende: più elettricità significa più domanda di generazione dal vento, almeno in teoria. La questione è se la filiera europea sia in grado di rispondere a quella domanda senza dipendere da fornitori esterni.
Il conto reale: 800 miliardi l’anno e la supply chain cinese
I risparmi promessi hanno un presupposto che il piano non può dare per scontato: perché il 46% si materializzi servono investimenti su una scala che l’Europa non ha ancora dimostrato di saper mobilitare. Già nel settembre 2024, il rapporto Draghi sulla competitività suggeriva che l’Europa deve investire tra 750 e 800 miliardi di euro all’anno per stare al passo con concorrenti come Cina e Stati Uniti. È una cifra che va letta come il costo di ingresso per un’economia elettrificata: reti, accumuli, capacità di generazione e rifacimento dell’industria manifatturiera.
È qui che la promessa incontra la realtà più scomoda. La dipendenza tecnologica dalla Cina è quasi totale sui componenti che servono per elettrificare il sistema. Secondo Eurelectric, l’UE importa da Pechino il 96% dei wafer di silicio impiegati nel fotovoltaico, l’84% delle pale eoliche destinate all’offshore e il 75% delle batterie per veicoli elettrici. Quote così elevate rendono il piano di elettrificazione, almeno nel breve periodo, un programma esposto alla stessa dipendenza che vorrebbe eliminare: i risparmi sulla bolletta fossile, se maturano, maturano attraverso componenti che oggi arrivano in gran parte da fuori.
La conseguenza è una tensione strutturale del piano. Da un lato, l’elettrificazione promette di ridurre l’esposizione ai mercati del gas e del petrolio; dall’altro, trasferisce quell’esposizione verso una supply chain manifatturiera in cui l’Europa ha una quota di mercato residuale. Il target del 46% entro il 2040 è tecnicamente raggiungibile, ma solo se l’investimento annuale nella filiera europea cresce fino ai livelli indicati dal rapporto Draghi. Altrimenti, il piano rischia di sostituire una dipendenza con un’altra.
Il punto di partenza: cinque anni fermi al 23%
Prima ancora della dipendenza esterna, c’è un problema interno che il piano deve affrontare. Secondo le stime di Eurelectric, il tasso di elettrificazione dell’UE è rimasto stagnante intorno al 22-23% negli ultimi cinque anni. Nonostante la crescita delle rinnovabili nel parco di generazione, la quota elettrica dei consumi finali non si è mossa: un paradosso che fotografa la difficoltà di tradurre la capacità installata in consumi effettivamente elettrificati.
Il piano pubblicato lo scorso 17 luglio arriva quindi dopo un lustro di sostanziale immobilità. Ha i numeri e l’ambizione dalla sua parte, ma il vero test non è annunciare il 46% entro il 2040: è capire se l’Europa riuscirà a muovere un tasso fermo da cinque anni e a ridurre una dipendenza tecnologica che oggi ne condiziona l’autonomia reale.




