Nella prima metà del 2026 i tagli alla produzione rinnovabile in Germania sono saliti a 1.463 GWh, mentre le ore
Secondo i dati di Ember, nel 2025 nell’Unione europea eolico e solare hanno generato più elettricità dei combustibili fossili per la prima volta: il 30% della produzione contro il 29%. Un sorpasso da un solo punto percentuale, ma è il primo nella storia del sistema elettrico europeo. L’analisi è circolata nelle scorse settimane e va letta con cautela: dipende dall’anno solare, dal meteo e da cosa si conta come fossile. La direzione, però, è chiara. In Germania il divario è già più netto. Eppure il dato che spiega cosa succederà davvero non è la quota di rinnovabili: è il +20% di energia pulita tagliata dalla rete nella prima metà del 2026.
Un sorpasso da un punto percentuale
Il sorpasso non è uniforme. Secondo l’European Electricity Review di Ember, lo scorso anno eolico e solare hanno battuto i combustibili fossili in 14 dei 27 Stati membri. In Germania il distacco è più ampio: l’eolico e il solare hanno generato 225 TWh di elettricità, il 44% del totale, contro i 217 TWh (43%) dei combustibili fossili. Anche qui si tratta del primo sorpasso assoluto.
La transizione non riguarda solo l’elettricità. Lo scorso anno le pompe di calore hanno rappresentato il 48% di tutti i nuovi sistemi di riscaldamento venduti in Germania, con 299.000 unità. Nel primo trimestre del 2026 le vendite sono aumentate del 34% rispetto allo stesso periodo del 2025, secondo l’Associazione europea delle pompe di calore (EHPA). La quota cresce quindi su più fronti, non solo nella produzione elettrica. Ma cosa succede quando l’energia pulita c’è e la rete non riesce ad assorbirla?
Più tagli, meno ore negative: il paradosso della flessibilità
Nella prima metà del 2026, in Germania, come riportato alla fine di luglio, la riduzione commerciale della produzione rinnovabile è aumentata del 20%, passando da 1.216 a 1.463 GWh. Nello stesso periodo le ore a prezzo negativo sono diminuite del 23%, da 389 a 299.
I due numeri misurano cose diverse e vanno tenuti separati. Le ore a prezzo negativo sono un indicatore di prezzo: segnalano i momenti in cui l’offerta supera la domanda a tal punto che i produttori accettano di pagare per restare collegati. Il curtailment misura invece l’energia prodotta ma non consegnata, in GWh: potenza rinnovabile che potrebbe funzionare e viene fermata. Un conto è la potenza installata, un conto l’energia che arriva davvero al sistema: i due piani non coincidono.
La lettura più sobria è che il mercato sta iniziando ad assorbire parte della sovrapproduzione, visto che le ore sotto zero scendono da 389 a 299, quasi un quarto in meno. Ma la rete resta il collo di bottiglia: si spegne più energia rinnovabile, non meno. Il problema si sta spostando dalla capacità installata alla capacità di usare davvero ciò che viene prodotto. Saranno i numeri dei prossimi mesi a dire se il +20% è un incidente isolato o una traiettoria. Se il mercato spinge verso l’uscita dal carbone, perché la politica sembra andare nella direzione opposta?
La politica contro il mercato
Lo scorso febbraio, secondo Katharina Dröge, la coalizione CDU/SPD ha abbandonato gli obiettivi climatici. La protezione del clima, ha detto, «non ha alcuna importanza per questa coalizione». Un’accusa pesante, che segna la distanza tra il quadro politico e i segnali del mercato.
Eppure i segnali di mercato vanno altrove. Secondo Hauke Hermann, i prezzi nel sistema di scambio di emissioni dell’UE rendono probabile un’uscita dal carbone guidata dal mercato già nel 2031 o 2032. Se le condizioni economiche spingono in quella direzione, il rischio non è che la transizione si fermi: è che proceda senza un quadro politico in grado di governarne la parte più difficile, quella della flessibilità.
Il sorpasso delle rinnovabili è reale, e i numeri tedeschi lo confermano. Ma il dato da tenere d’occhio non è la quota percentuale: è quanta elettricità pulita viene spenta perché la rete non la assorbe. Se il +20% di tagli nella prima metà del 2026 diventa una tendenza, la transizione rischia di vincere la battaglia della produzione e perdere quella della flessibilità.




