Il progetto riutilizzera’ il 60% dei gasdotti esistenti, ma la produzione nordafricana di idrogeno verde e’ ancora in fase iniziale

Lo scorso 5 marzo, cinque mesi fa, Snam ha annunciato un investimento da 200 milioni di euro per un idrogenodotto italiano di quasi 2.000 chilometri, come riportato da Hydrogen Insight. Il progetto si chiama Italian H2 Backbone e, sulla carta, ha i numeri di una grande infrastruttura: riutilizzerà circa il 60% dei gasdotti esistenti e farà parte del corridoio SoutH2, l’asse pensato per portare idrogeno verde dal Nord Africa al cuore dell’Europa.

Meno noto è un altro dato, riportato nei documenti del SoutH2 Corridor, che cambia il modo di leggere l’intera operazione. La capacità di importazione prevista è di 448 GWh/giorno dal Nord Africa, con una capacità di esportazione di 168 GWh/giorno verso l’Austria e oltre. In altri termini, Snam sta progettando un’arteria dimensionata per far entrare in Italia un volume molto rilevante di idrogeno. Peccato che, allo stato attuale, non sia chiaro chi riempirà quei tubi.

Secondo quanto scritto da Climate Change News, né l’Algeria né la Tunisia saranno probabilmente in grado di esportare idrogeno verde in quantità significative quando il gasdotto dovrebbe iniziare a operare, intorno al 2030. È il paradosso centrale di questa storia: una capacità di importazione progettata per un prodotto che, a oggi, i Paesi da cui dovrebbe arrivare non sono in grado di garantire.

Perché, allora, spendere 200 milioni su un corridoio che rischia di restare vuoto? Per rispondere bisogna guardare al disegno complessivo dell’infrastruttura, non solo ai produttori africani.

Il gasdotto senza gas

L’Italian H2 Backbone è il tratto di ingresso di un corridoio molto più ampio. Il SoutH2 Corridor, guidato dai gestori di rete Snam, TAG, GCA e bayernets, è un’infrastruttura dedicata all’idrogeno lunga 3.300 chilometri, pensata per collegare Nord Africa, Italia, Austria e Germania. L’obiettivo dichiarato è fornire idrogeno rinnovabile a basso costo ai principali cluster europei di domanda.

Il tratto italiano è composto da circa 2.300 chilometri di condotte dedicate all’idrogeno e da diverse centinaia di MW di stazioni di compressione. Con una capacità di importazione di 448 GWh/giorno dal Nord Africa, il progetto si presenta come una delle principali arterie europee di importazione di idrogeno rinnovabile. C’è però un problema di tempistica: la produzione nordafricana di idrogeno verde è ancora in una fase molto iniziale, e il 2030 — l’anno in cui il corridoio dovrebbe entrare in funzione — si avvicina rapidamente.

Il rischio, insomma, è che l’Italia si trovi con un’infrastruttura pronta prima che lo sia la materia prima che dovrebbe trasportare. Non è un’assurdità tecnica: costruire un gasdotto richiede anni, e pianificarne la capacità sulla base della domanda attuale sarebbe miope. Ma resta il fatto che, oggi, la disponibilità di idrogeno verde nordafricano su scala commerciale è una promessa, non una certezza.

La scommessa da 200 milioni: il 60% della rete c’è già

La risposta di Snam sta in un numero: il 60%. L’Italian H2 Backbone riutilizzerà circa il 60% dei gasdotti esistenti in Italia. Non si parte da zero: l’investimento da 200 milioni serve in gran parte a riconvertire e adattare infrastrutture già ammortizzate, non a scavare migliaia di chilometri di nuove condotte. Questo riduce il costo iniziale e, soprattutto, riduce il rischio: se il corridoio resterà vuoto per qualche anno, la perdita sarà comunque contenuta rispetto a un progetto costruito ex novo.

Non è solo logica industriale. Nel 2025 il progetto ha ricevuto un cofinanziamento di 24 milioni di euro da CINEA per studi di fattibilità e attività sul campo lungo l’intera dorsale e le stazioni di compressione. Il sostegno pubblico europeo aiuta a coprire i costi di progettazione, mentre Snam può mantenere una posizione nel corridoio SoutH2 senza esporre completamente il bilancio. La logica, in fondo, è quella di una scommessa al ribasso: si mette sul tavolo una cifra relativamente contenuta per assicurarsi un posto in un corridoio che, se il mercato dell’idrogeno decollerà, avrà un valore strategico ben superiore. Se invece non decollerà, il costo resta limitato dal riuso dell’esistente.

Enagás mette 4,67 miliardi: chi riempirà l’Europa?

Il confronto con il resto d’Europa cambia le carte in tavola. Mentre l’Italia punta sul riuso della rete esistente, la Spagna rilancia con un investimento molto più ampio. Enagás, il gestore della rete gas spagnola, prevede investimenti fino a 4,67 miliardi di euro per la rete H2med, che include la conversione del 30% della rete gas spagnola in idrogenodotti, oltre a nuove condotte e capacità di stoccaggio.

Si tratta di una scala diversa: quasi 4,7 miliardi contro 200 milioni. Non è solo una questione di dimensioni, ma di strategia. L’Italia scommette su un tratto di ingresso per l’idrogeno nordafricano; la Spagna costruisce una rete più estesa e integrata, pensata come dorsale per l’Europa sud-occidentale. Il gruppo europeo dei gestori propone una rete idrogeno di 39.700 chilometri entro il 2040, che collega 21 paesi europei, con ulteriore crescita prevista dopo il 2040.

Il contrasto non implica che una strategia sia giusta e l’altra sbagliata. Snam sta essenzialmente comprando un’opzione: la possibilità di essere il punto di ingresso se e quando l’idrogeno nordafricano sarà disponibile. Enagás sta costruendo una rete più ambiziosa, ma anche più costosa e più esposta. Il 2030 dirà quali tubi saranno pieni e quali resteranno solo disegni.

Il numero da tenere d’occhio nei prossimi mesi resta 448 GWh/giorno: la capacità di import dal Nord Africa che Snam ha già progettato. Se al 2030 non ci sarà produzione, il corridoio resterà un tubo vuoto. Per ora, l’Italia ha comprato il tubo. Il gas deve ancora arrivare.