La soglia dello 0,8% del suolo agricolo punta a conciliare i target nazionali con la tutela del paesaggio
Lo 0,8 per cento. Non è una quota di mercato: è il tetto massimo di suolo agricolo regionale che il Piemonte potrà destinare agli impianti fotovoltaici. Una cifra apparentemente piccola che decide se i quasi 5 gigawatt promessi al 2030 saranno impianti davvero integrati nel paesaggio o soltanto un numero sulla carta. Lo scorso 21 luglio, il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato a maggioranza una nuova legge sulle aree idonee per il fotovoltaico.
Presentata dall’assessore all’Ambiente Matteo Marnati, la norma punta a raggiungere entro il 2030 una produzione di quasi 5 gigawatt di energia da fonti rinnovabili, il traguardo fissato dal Governo. Ma il punto non è il voto: è il congegno che ne deriva.
Il meccanismo: agrivoltaico dentro soglie strette
La notizia di fine luglio è stata l’approvazione, ma il cuore tecnico della norma sta nei vincoli che l’accompagnano. Le aree agricole coltivate potranno essere coperte almeno in parte da pannelli fotovoltaici, a condizione di preservare colture e paesaggio. In pratica, la Regione non ha aperto alla conversione indiscriminata dei campi in distese di moduli: ha scelto il modello dell’agrivoltaico, in cui la produzione agricola resta attiva sotto le strutture.
Il limite è fissato con precisione. Le aree agricole utilizzabili per questi impianti non possono superare lo 0,8% a livello regionale e il 2% per ciascun comune, all’interno di un percorso che punta a circa 5.000 megawatt di nuova potenza installata entro il 2030. Tradotto in termini concreti: ogni Comune può destinare al fotovoltaico una porzione limitata del proprio suolo agricolo, e la somma regionale resta sotto l’1%. Un congegno che ha un obiettivo preciso: impedire che la corsa ai gigawatt si trasformi in consumo di suolo senza freni.
Se la norma è così stringente, è perché arriva dopo una revisione nazionale delle regole sulle aree idonee. Il meccanismo piemontese è, in altre parole, una risposta a un problema più ampio: stabilire chi decide dove un impianto si può fare.
Il quadro contestato: più coraggio o più protezione?
La soglia piemontese non nasce nel vuoto. Già a novembre 2025, il decreto-legge 175 del 21 novembre 2025, convertito con modificazioni dalla legge 4 del 15 gennaio 2026, ha riscritto organicamente la disciplina delle aree idonee per impianti da fonti rinnovabili, incidendo in modo esteso sul Testo unico FER, il decreto legislativo 190 del 25 novembre 2024. Non tutti hanno digerito questa riscrittura.
Sul fronte istituzionale, lo scorso dicembre Sardegna e Basilicata hanno contestato il provvedimento perché non tiene conto delle differenze tra territori; per la Sicilia, la definizione di agrivoltaico contenuta nel decreto è considerata limitante. Le critiche delle Regioni al decreto aree idonee raccontano di un equilibrio ancora instabile tra pianificazione nazionale e autonomia territoriale. E non è una tensione recente: già nel settembre 2024 la Sardegna è stata la prima Regione d’Italia a proporre una legge sulle aree idonee, con circa tre mesi di anticipo rispetto alla scadenza prevista dal Governo, come annunciato dalla stessa Regione Sardegna.
Anche in Consiglio regionale il voto non è stato unanime. Le opposizioni — Avs, M5s, Pd e Sue — hanno criticato la legge, sostenendo che si poteva essere più coraggiosi e fare di più per raggiungere traguardi migliori, e che serve un governo del territorio e un efficiente sistema di controllo per tutelare i terreni ad alto pregio agricolo e prevenire eventuali speculazioni. Un passaggio, quest’ultimo, che sposta il cuore della discussione dal testo approvato alla sua applicazione.
Dallo scontro istituzionale resta una domanda concreta: chi installerà davvero impianti su terreni agricoli, e con quali vincoli?
Cosa cambia sul campo: controlli, speculazioni e trade-off
A valle delle polemiche restano i paletti operativi che chi progetta un impianto dovrà rispettare. In Piemonte, i terreni agricoli sono considerati aree idonee per il fotovoltaico solo attraverso soluzioni che consentano di mantenere l’attività produttiva e preservare il paesaggio, in linea con il modello dell’agrivoltaico. Per un progettista significa lavorare su impianti che non azzerino la produzione agricola sottostante: un trade-off tra resa energetica e resa agronomica che complica i calcoli, ma riduce il rischio di speculazione fondiaria.
Quanto incide davvero, però, il vincolo del 2% comunale su un singolo progetto? La risposta dipende dal sistema di controllo che la Regione riuscirà a mettere in campo. È esattamente il punto sollevato dalle opposizioni: senza verifiche efficaci, le soglie restano numeri sulla carta. Con controlli reali, invece, diventano lo strumento per evitare che i terreni ad alto pregio agricolo vengano convertiti in parchi fotovoltaici a discapito della produzione.
Il Piemonte ha scelto una strada stretta: 5 GW sì, ma solo se l’agricoltura resta viva. La legge definisce il perimetro; il successo si misurerà sulla capacità di far rispettare quel perimetro sul campo.




