La proposta prevede di restituire parte delle quote già eliminate e di spostare l’uscita completa dal 2028 al 2038
Lo scorso 17 luglio, la Commissione europea ha pubblicato la proposta di revisione dell’EU ETS e dentro c’è un numero che segna un cambio di direzione: il 15 per cento. Non è una correzione tecnica, è l’inversione di rotta del più antico e grande mercato del carbonio al mondo.
Il 15% che torna indietro
Il sistema di scambio di quote di emissione dell’Unione è operativo dal 2005 ed è il più antico sistema cap-and-trade in vigore, oltre che il più grande per volume e valore degli scambi. Negli ultimi anni il percorso prevedeva la progressiva eliminazione delle quote gratuite per le industrie coperte dal CBAM, con l’idea di esporle gradualmente a un prezzo pieno del carbonio.
La proposta presentata un mese fa prevede di reintrodurre il 15% delle quote gratuite eliminate a partire dal 2028 e di estendere la graduale eliminazione delle quote gratuite fino al 2038 per i settori coperti dal CBAM. In pratica: una parte delle quote che erano già state tolte torna indietro, e il percorso di uscita si allunga di anni rispetto alla tabella di marcia precedente. Per chi osserva il mercato del carbonio, non è un dettaglio tecnico. È un segnale di prezzo più debole, rimandato più in là nel tempo.
Come si spiega questa inversione? La risposta sta nelle pressioni incrociate sulla Commissione.
Due direzioni, una contraddizione
Secondo l’analisi pubblicata dal think tank E3G, la Commissione ha mantenuto alcune basi essenziali dell’ETS, ma ha ceduto alle pressioni politiche, indebolendolo come soluzione rapida a sfide più ampie. Il risultato tira in due direzioni: da un lato rafforza il sostegno agli investimenti industriali, dall’altro indebolisce le parti del quadro che dovrebbero guidarli.
La contraddizione non sta nel dichiarato. Sta nel meccanismo. Restituire il 15 per cento delle quote gratuite a partire dal 2028 e spostare l’uscita completa al 2038 significa concedere più tempo alle industrie coperte dal CBAM, ma anche ridurre l’incentivo a decarbonizzare prima. Un investitore che deve decidere oggi se finanziare un forno elettrico o una soluzione a basse emissioni guarda al prezzo atteso del carbonio nel prossimo decennio. Se la fase di eliminazione si allunga, il prezzo atteso si abbassa. Il sostegno agli investimenti industriali, in questo modo, rischia di finanziare l’attesa invece della trasformazione.
È un paradosso: la stessa proposta che vuole proteggere l’industria europea dalla concorrenza globale rende meno credibile il segnale che dovrebbe spingere quell’industria a innovare. E mentre Bruxelles litiga con se stessa, un altro attore globale ha già mosso le sue pedine.
La Cina avanza, Bruxelles conta fino al 2038
Già nel marzo 2025, la Cina ha esteso il suo ETS nazionale ai settori del cemento, dell’acciaio e dell’alluminio, come documentato da ICAP. Sono settori industriali pesanti, gli stessi che in Europa sono al centro del CBAM e della discussione sulle quote gratuite. Mentre l’Unione allunga i tempi, la Cina ha portato quei settori sotto un prezzo del carbonio già da oltre un anno.
Il confronto non è perfetto: il carbon pricing cinese ha caratteristiche diverse e livelli di prezzo diversi da quelli europei. Ma la direzione è chiara. La Cina sta costruendo copertura, l’Unione sta ricalibrando ritmo. Per i prossimi mesi, il numero da tenere d’occhio è il 2038. Se la fase di eliminazione delle quote gratuite verrà ulteriormente allungata, il segnale di prezzo dell’ETS perderà credibilità. Non è una morale, è una scadenza.




