L’allargamento dei contratti in tre cantieri italiani evidenzia la stretta capacita’ realizzativa del settore

Alla fine di marzo — lo scorso 23 marzo, per la precisione — Anaergia ha comunicato di aver ampliato il proprio ambito di lavoro in tre impianti di biometano in costruzione in Italia. Copparo, Derovere, Broni: tre nomi che fuori dal settore non dicono molto, ma che raccontano parecchio a chi segue la partita del biometano italiano. Non è una notizia da prima pagina, e va bene così. Ma in un paese che si è dato obiettivi RepowerEU ambiziosi sul biometano e dove gli EPC specializzati si contano sulle dita di una mano, quel timbro su tre cantieri è un segnale che pesa.

Un cantiere che si allarga

Anaergia S.r.l. è l’appaltatore EPC per due nuovi impianti di biometano a Copparo e Derovere, nel nord Italia. I termini sono quelli classici di un contratto di ingegneria, fornitura e costruzione: attrezzature, progettazione, messa in opera. Il terzo nome, Broni, fa parte di un programma di sei nuovi impianti che, secondo Alessandro Massone, Anaergia avrebbe commissionato in Italia in due anni, in linea con gli obiettivi di biometano di RepowerEU 2030.

Fin qui, l’annuncio. Ma perché un ampliamento di scope merita attenzione? La risposta sta nel mercato dei contractor.

Il collo di bottiglia dei contractor

Il paradosso è tutto in un dato: il numero limitato di appaltatori EPC specializzati nella costruzione di impianti di biometano attivi nel mercato italiano. Non è un dettaglio tecnico, è la chiave di lettura. Se la politica — dai target RepowerEU in giù — chiede di moltiplicare la capacità in tempi stretti, ma chi sa costruire questi impianti è un gruppo ristretto di imprese, ogni commessa in più diventa strategica. E ogni ritardo si paga due volte: una sul mercato, una sulla credibilità rispetto ai target annunciati.

Come spiega l’analisi di PwC, quel numero ristretto determina le condizioni del settore. Traduzione: i prezzi, i tempi e la distribuzione delle commesse non sono il risultato di una concorrenza piena, ma di un’offerta limitata. Non è un giudizio di valore, è una fotografia del mercato.

L’amministratore delegato di Anaergia, Assaf Onn, spiega l’espansione con l’attenzione dell’azienda verso partnership a lungo termine e ripetute, fornendo soluzioni di biometano scalabili. Detta da chi allarga il cantiere, è una frase che suona come una conferma: in un mercato con pochi esecutori, chi c’è già accumula posizioni e contratti, chi arriva dopo trova poche porte aperte. Non è una questione di merito, è una questione di aritmetica industriale.

Qui emerge la vera partita: chi si assicura gli impianti e gli accordi di acquisto. Perché costruire non basta, se poi il gas non ha un compratore.

Cosa resta aperto per chi investe

Con pochi attori in grado di costruire, gli accordi di lungo periodo diventano la moneta di scambio. Il meccanismo è noto: il RNG sarà immesso nella rete locale di trasporto del gas e venduto a un’utility energetica con un accordo decennale di acquisto di biometano (BPA). Dieci anni sono un orizzonte che lega il produttore all’utility, ma anche un segnale: chi firma adesso si garantisce una rendita di posizione prima che la corsa finisca.

E i capitali si muovono di conseguenza. CycleØ prevede di investire ulteriori 70-100 milioni di euro in Italia. Numeri che raccontano fiducia nel mercato, ma che non rispondono alla domanda di fondo: la capacità realizzativa basterà a trasformare i decreti in metri cubi immessi in rete?

La vera incognita non è se il biometano italiano crescerà, ma se il sistema dei contractor e delle utility riuscirà a trasformare i target RepowerEU in impianti funzionanti prima che il vantaggio competitivo si consolidi altrove.