Il GHG Protocol non riconosce gli acquisti di gas rinnovabile, frenando la decarbonizzazione dei settori hard-to-abate
Il 97% delle aziende S&P 500 lo usa per la contabilità delle emissioni. Eppure, proprio lo strumento che dovrebbe guidare la decarbonizzazione globale è rimasto senza linee guida per un tassello cruciale: gli acquisti di gas rinnovabile. Un paradosso che ora circa 90 leader del settore – tra associazioni, produttori di biometano e grandi consumatori industriali – chiedono di risolvere senza ulteriori indugi. Lo hanno fatto con una lettera congiunta diffusa sabato 28 giugno, in occasione della London Climate Action Week, sotto l’egida della campagna Let Green Gas Count. Il messaggio, pubblicato dalla World Biogas Association, è tanto semplice quanto scomodo: senza un riconoscimento chiaro degli acquisti contrattuali di gas rinnovabile, lo standard di contabilità dei gas serra più influente al mondo rischia di diventare un ostacolo, non un acceleratore, per i settori che più faticano a elettrificarsi.
Perché lo standard globale frena la corsa al gas verde
Il problema non è nuovo, ma la sua portata è cresciuta insieme all’urgenza climatica. Il GHG Protocol – lo standard sviluppato dal World Resources Institute e dal World Business Council for Sustainable Development – è da anni il punto di riferimento per chiunque debba rendicontare le emissioni. Se un’azienda vuole dire al mercato quanto costa in termini di CO2 la propria attività, passa da qui. E lo fa quasi tutta la corporate America: il 97% delle aziende dell’indice S&P 500, appunto. Ma c’è un vuoto nel meccanismo. Lo standard attuale non riconosce in modo strutturato gli strumenti basati sul mercato, cioè quei contratti – come i certificati di origine o le garanzie d’origine per il biometano – che permettono a un’azienda di acquistare gas rinnovabile anche quando non è fisicamente allacciata a un impianto di produzione.
In pratica, oggi un’industria chimica o un produttore di vetro che voglia ridurre la propria impronta comprando biometano certificato non trova nel GHG Protocol una cornice che valorizzi quell’acquisto in modo trasparente e comparabile. E questo, denunciano i firmatari, sta rallentando la decarbonizzazione di settori difficili da elettrificare: processi industriali ad alta temperatura, trasporto pesante, produzione di materiali da costruzione. «This failure to accommodate market-based approaches is slowing the decarbonisation of hard-to-abate and hard-to-electrify sectors», si legge nella lettera. Un’ammissione che pesa, perché viene proprio da chi nei mercati del gas rinnovabile ci investe o vorrebbe farlo.
La richiesta è esplicita e non lascia margini all’ambiguità: garantire il riconoscimento degli acquisti contrattuali in linea con le migliori pratiche esistenti. Non si tratta di un favore a una lobby, ma di allineare lo standard a ciò che già accade nei mercati energetici europei e nordamericani, dove i certificati di garanzia d’origine sono moneta corrente. Il paradosso è che il GHG Protocol, nato per dare ordine e credibilità alla contabilità climatica, ora rischia di essere meno avanzato dei mercati che dovrebbe disciplinare.
Let Green Gas Count: la pressione degli industriali
La risposta è arrivata sabato, con una lettera che non è soltanto un appello generico. I firmatari sono circa 90 leader globali del settore, ma dietro di loro c’è una comunità ben più ampia: oltre 230 organizzazioni della filiera del gas verde – dalla World Biogas Association alla European Biogas Association, da Eurogas alla Coalition for Renewable Natural Gas, fino all’UK Anaerobic Digestion and Bioresources Association – hanno sottoscritto il documento. Non è un dettaglio: significa che la richiesta non viene da un singolo anello della catena, ma da chi produce, trasporta, distribuisce e consuma gas rinnovabile.
Il timing è tutto fuorché casuale. Il GHG Protocol sta sviluppando un nuovo standard per la rendicontazione delle azioni e degli strumenti di mercato – lo standard AMI (Actions and Market Instruments) – che propone un cambiamento strutturale: passare a una struttura di reporting multi-dichiarazione. L’idea, delineata nell’AMI White Paper del GHG Protocol, è affiancare all’inventario fisico delle emissioni tre nuove dichiarazioni, permettendo alle aziende di rendicontare in modo completo e trasparente l’impatto delle azioni e degli strumenti di mercato. Un’architettura che, se ben costruita, potrebbe sbloccare investimenti per la decarbonizzazione proprio in quei settori hard-to-abate che oggi si sentono abbandonati dalla normativa contabile.
Ma l’apertura teorica non basta. I firmatari della campagna Let Green Gas Count lo sanno bene, e per questo la loro richiesta è precisa: vogliono che il nuovo standard AMI riconosca gli acquisti contrattuali di gas rinnovabile, che sia interoperabile con i mercati esistenti dei certificati e che la rendicontazione dell’impatto sia basata sul ciclo di vita. In altre parole, chiedono che il GHG Protocol non si limiti a guardare il camino di una fabbrica, ma consideri anche la firma su un contratto di fornitura come un atto con conseguenze climatiche reali e misurabili. «Clear guidance on how to account for AMI across sectors in GHG reports will help unlock the investments required for decarbonization», spiega il GHG Protocol stesso nella presentazione dello standard AMI. La convergenza tra la posizione ufficiale e la richiesta degli industriali c’è, almeno sulla carta. Il punto è se e quando diventerà operativa.
Appuntamento al 2027: il ritardo che nessuno può permettersi
La vera incognita, però, è il calendario. La consultazione pubblica formale sulla bozza dello standard AMI è prevista per il terzo trimestre del 2027. Manca più di un anno. E in quell’anno le aziende continueranno a compilare i loro report di sostenibilità senza una guida chiara su come contabilizzare gli acquisti di gas rinnovabile. Per chi oggi sta valutando investimenti nel biometano o nei certificati di origine, il messaggio è sconfortante: da qui al 2027 si naviga a vista.
Il problema non è solo tecnico, è economico. Se un’azienda non sa come verrà conteggiato un acquisto di gas rinnovabile nel proprio bilancio emissivo, è meno incentivata a farlo. E se i settori hard-to-abate restano senza strumenti di rendicontazione credibili, gli investimenti nella produzione di biometano rischiano di rallentare proprio quando dovrebbero accelerare. La lettera dei 90 leader arriva prima della consultazione pubblica proprio per questo: per mettere il tema sul tavolo ora, quando la bozza è ancora in fase di scrittura, e non quando sarà troppo tardi per modificarla.
La campagna Let Green Gas Count ha acceso un faro su un vulnus normativo che rischia di vanificare gli sforzi di decarbonizzazione. Ora tocca al GHG Protocol dimostrare di saper stare al passo con l’urgenza climatica. Perché uno standard che guida il 97% delle grandi aziende non può permettersi il lusso di arrivare in ritardo.




