Il polisilicio cinese, l’India e gli Stati Uniti adottano strategie opposte per la materia prima dei pannelli solari

510,3 gigawatt. È la potenza fotovoltaica installata nel mondo nel 2025, secondo i dati diffusi da PV Magazine Italia. Un numero che supera del 14% il già straordinario 2024 e che equivale, da solo, a quasi un terzo di tutta la capacità solare cumulata nella storia fino a due anni fa. Mai il settore aveva corso così forte.

E mai, proprio mentre i pannelli coprono tetti e deserti a una velocità senza precedenti, la partita a monte della filiera — quella del polisilicio — era stata così tesa, frammentata e imprevedibile.

Tre mosse, in tre continenti diversi, stanno riscrivendo in queste settimane la geografia della materia prima che alimenta il 97% dei moduli in circolazione. Sono mosse che tirano in direzioni opposte. E che arrivano dopo due anni di prezzi crollati sotto i costi di produzione, aziende in perdita e margini polverizzati per chiunque non avesse la scala e l’integrazione verticale dei colossi cinesi.

Il cartello che non si può chiamare cartello

La prima mossa arriva dalla Cina, che controlla circa l’80% della produzione mondiale di polisilicio. Otto dei maggiori produttori — tra cui Tongwei, GCL e Xinte — hanno firmato un’iniziativa di settore con un impegno preciso: smettere di vendere prodotti fotovoltaici sotto il costo pieno. Il testo, reso noto il 7 agosto 2026, specifica che i prezzi di vendita e le offerte nelle gare d’appalto non dovranno scendere al di sotto dei costi calcolati secondo le nuove General Rules for the Cost Accounting Model of the Photovoltaic Industry, un framework contabile introdotto da Pechino per mettere ordine in un mercato dove il polisilicio era arrivato a scambiare sotto i 6 dollari al chilogrammo.

Il 31 luglio, pochi giorni prima dell’annuncio, le autorità di regolamentazione del mercato avevano già convocato i principali produttori a Yancheng, nella provincia dello Jiangsu, per un vertice sulla conformità dei prezzi. Difficile non leggere il doppio binario — incontro con il regolatore più impegno volontario — come un coordinamento che in qualsiasi altra giurisdizione finirebbe dritto nelle maglie dell’antitrust. In Cina si chiama «stabilizzazione del mercato». Il risultato è lo stesso: un pavimento sotto i prezzi, che per la prima volta dopo due anni potrebbero smettere di cadere. Le aziende firmatarie hanno anche promesso di eliminare capacità produttiva inefficiente che non rispetta i nuovi standard tecnologici e di sostenibilità.

Per chi compra moduli, il segnale è chiaro: l’era del polisilicio cinese regalato sta finendo. Non perché manchi la materia prima — la capacità produttiva resta enorme — ma perché Pechino ha deciso che i margini negativi sono diventati un problema di stabilità industriale, non solo di conto economico.

L’India che vuole smettere di dipendere

La seconda mossa arriva da Nuova Delhi. Il governo indiano sta preparando un nuovo schema di incentivi alla produzione (PLI) specificamente dedicato al polisilicio, con l’obiettivo di finanziare una capacità produttiva domestica di oltre 10 GW. Oggi l’India importa dalla Cina tutto il polisilicio che consuma: una dipendenza totale che il governo Modi considera un rischio strategico, soprattutto dopo le tensioni militari del 2020 e le restrizioni tecnologiche incrociate che ne sono seguite.

Il problema, spiega Ankita Chauhan di Wood Mackenzie, è che i prezzi del polisilicio fuori dalla Cina sono oggi due o tre volte più alti di quelli cinesi. Tradotto: anche se gli incentivi indiani coprissero una parte dei costi di capitale, il prodotto finito — i moduli — costerebbe comunque di più di quelli importati. La scommessa indiana è che il differenziale venga colmato da dazi e barriere non tariffarie, in un mercato interno che nel 2025 ha installato oltre 25 GW e che punta a 50 GW annui entro il 2028.

L’America alza il prezzo minimo

La terza mossa è la più esplicita. L’amministrazione Trump ha annunciato dazi del 15% sulle importazioni di polisilicio e derivati, invocando la Section 232 del Trade Expansion Act del 1962 — la stessa usata per l’acciaio e l’alluminio. L’entrata in vigore è fissata per il 4 dicembre 2026 e riguarda tutte le importazioni di polisilicio e prodotti derivati.

Ma è il meccanismo dei prezzi minimi a fare la differenza. Il Dipartimento del Commercio ha fissato 21 dollari al chilogrammo per il polisilicio, e. Sono soglie che stanno ben sopra i prezzi di mercato attuali: i moduli fabbricati negli Stati Uniti oggi vengono venduti a circa 0,3 dollari al watt — il 20% in meno del nuovo minimo all’importazione.

Moustafa Ramadan, responsabile delle ricerche di mercato di PV Tech Research, ha definito le nuove regole «uno degli eventi più rilevanti nel panorama solare statunitense». E non è retorica da analista: se applicato senza scappatoie, il combinato dazio più prezzo minimo rischia di rendere antieconomica buona parte dei moduli importati dal Sud-est asiatico, che finora avevano aggirato i dazi anti-Cina grazie a catene di assemblaggio spostate in Vietnam, Malesia e Thailandia.

«I dettagli faranno la differenza — ha avvertito Thomas Beline, partner dello studio Cassidy Levy Kent — perché alcuni articoli derivati subiscono ulteriori lavorazioni negli Stati Uniti, e perché la politica funzioni bisognerà evitare che l’erosione dei prezzi si sposti semplicemente sul prodotto finito a valle che incorpora un componente a monte con un prezzo minimo più basso».

Tradotto dal legalese: se metti un prezzo minimo solo sul polisilicio ma non sul modulo finito, il valore aggiunto si sposta a valle e il dazio non protegge un bel niente. La struttura a tre livelli (polisilicio, cella, modulo) prova a tappare questo buco, ma la complessità delle catene globali del solare — dove un modulo può nascere in sei paesi diversi prima di arrivare a un porto americano — rende l’esercizio fragile per definizione.

Quello che abbiamo davanti, per i prossimi sei mesi, è un esperimento involontario di frammentazione del mercato globale del solare. La Cina prova a mettere un pavimento ai prezzi dall’alto, coordinando i produttori. L’India prova a costruire una filiera dal nulla con sussidi pubblici. Gli Stati Uniti alzano muri tariffari e pavimenti amministrativi. Tre strategie che perseguono lo stesso obiettivo — una supply chain meno dipendente dal prezzo cinese — ma che lo fanno con strumenti incompatibili tra loro e con costi tutti da misurare. Il numero da guardare, nei prossimi mesi, non sono i gigawatt installati ma il prezzo spot del polisilicio: se la mossa cinese regge e i dazi americani mordono, la curva dei costi dei moduli — in discesa da quindici anni — potrebbe invertire direzione proprio nell’anno in cui il mondo ha più bisogno di solare a basso costo.