I 302,9 MW totali equivalgono a una singola centrale a gas di media taglia, ma distribuiti su quasi quattromila configurazioni
37.821 punti di connessione, 3.630 configurazioni attive. A un primo sguardo, i dati che il GSE ha fotografato al 30 giugno 2026 raccontano un settore in piena effervescenza. Ma basta scorrere la colonna delle potenze per accorgersi che il cosiddetto boom delle Comunità Energetiche Rinnovabili ha le gambe corte, anzi corte corte. Il 46% delle configurazioni – 1.673 impianti su 3.630 – si ferma sotto la soglia dei 10 kW. Una potenza che basterebbe a malapena per due appartamenti con climatizzatore acceso d’estate. Solo 35 impianti, in tutto il Paese, hanno superato il megawatt. La transizione dal basso esiste, ma per ora è un esercito di piccolissimi numeri.
La micro-generazione in cifre
I 302,9 MW totali conteggiati dal GSE a fine giugno equivalgono più o meno alla potenza di una singola centrale a gas di media taglia. Distribuiti su quasi quattromila configurazioni, però, significano una media di 83 kW a impianto. È la mediana, però, a svelare la realtà: quando quasi metà del parco installato non arriva a 10 kW, vuol dire che la media è drogata verso l’alto da pochi progetti più grandi. Di quei 302,9 MW, la fetta più consistente è polverizzata in una miriade di pannelli su tetti condominiali, capannoni artigianali, piccole superfici agricole. Niente di sbagliato, per carità. Ma se l’obiettivo di policy era creare un nuovo pilastro della generazione distribuita, il perimetro attuale è ancora quello del fotovoltaico domestico con un nome diverso.
Il paradosso è tutto qui: le CER dovevano essere lo strumento per aggregare la domanda, superare la frammentazione, dare potenza negoziale ai piccoli. Invece stanno replicando, almeno finora, la geografia del residenziale: impianti sotto i 10 kW, forte dipendenza dagli incentivi, economie di scala quasi inesistenti. Non è un fallimento – la partita è appena cominciata – ma è un dato che ribalta la percezione comune. L’innovazione energetica corre, ma al palo del kilowatt.
Perché così piccolo? Incentivi e modelli
La risposta sta nella genesi normativa. Il decreto CER pubblicato dal MASE nel 2024 ha disegnato due binari: una tariffa incentivante sull’energia condivisa, valida su tutto il territorio nazionale, e un contributo a fondo perduto fino al 40% dei costi ammissibili, finanziato dal PNRR, riservato però alle comunità i cui impianti sorgono in comuni sotto i cinquemila abitanti. Questa seconda misura è stata la vera molla. I piccoli comuni – che in Italia sono 5.521 su 7.896 – hanno visto nell’abbinamento tra fondo perduto e tariffa un’occasione per progetti contenuti, spesso limitati a una scuola, un municipio, qualche abitazione. Impianti da 6, 8, 10 kW: quanto basta per accedere ai benefici senza dover gestire la complessità di un progetto industriale.
L’altro fattore è culturale, e qui la Calabria offre un caso da manuale. La regione è stata una delle prime in Italia a legiferare sulle comunità energetiche, con la legge regionale n. 25 del 19 novembre 2020. E già nel 2023 aveva acceso la sua prima CER pienamente operativa: la comunità Critaro di San Nicola da Crissa, nel Vibonese, seconda in Italia a diventare davvero funzionante. Critaro non è un impianto da record per potenza – il suo valore sta nell’essere “solidale”, nata per combattere la povertà energetica in un paese di poche centinaia di anime. Un modello virtuoso, ma per definizione contenuto nella scala: un micro-impianto pensato per una micro-comunità.
È questo il precedente che ha fatto scuola.
Avere un primato normativo e un caso simbolo così precoce ha orientato la fase iniziale delle CER calabresi, e forse italiane, verso la taglia minima. La legge regionale del 2020 ha aperto la strada, il decreto nazionale del 2024 l’ha riempita di risorse, e Critaro ha dimostrato che il meccanismo funziona. Ma funziona, appunto, su volumi di energia che da soli non spostano gli equilibri del sistema elettrico.
Rende, laboratorio o déjà-vu?
Proprio in Calabria, intanto, la politica continua a credere nella scommessa. Lo scorso 15 luglio, all’Hotel San Francesco di Rende, il Partito Democratico cittadino ha riunito professionisti, associazioni, sindacati e cittadini per parlare di CER. Il segretario Ettore Morelli ha definito la Comunità Energetica «una delle opportunità più concrete per migliorare la qualità della vita dei cittadini e rafforzare la coesione sociale» e ha indicato Rende come un possibile «laboratorio avanzato di innovazione energetica, grazie alla presenza dell’Università, di professionalità qualificate e di una comunità attenta ai temi ambientali». Parole ambiziose, che però si scontrano con la fotografia reale del settore. Se il laboratorio produrrà l’ennesimo impianto sotto i 10 kW, saremo di fronte all’ennesima statistica, non a un’avanguardia. La domanda aperta è se Rende saprà andare oltre il picco dei 10 kW o se resterà un déjà-vu della micro-generazione calabrese.
La prossima stagione delle comunità energetiche si gioca su un numero solo. Non le configurazioni attive, non i punti di connessione: quanti impianti supereranno la soglia del megawatt. Oggi sono 35. La Calabria, nonostante i primati normativi e l’esempio pionieristico di Critaro, è ancora al bivio tra la suggestione del laboratorio e la realtà della taglia minima.




