La dismissione del TetraSpar dimostra che il fine vita può essere gestito con mezzi leggeri e supply chain locali
Il dato che conta non è la potenza installata, ma il cavo posato sul fondale senza l’ausilio di navi maggiori né ROV. Quando Nordr Energi e Stiesdal hanno completato la disconnessione e lo stoccaggio umido del cavo dinamico di esportazione del TetraSpar Demonstrator, lo hanno fatto con mezzi leggeri, operando da unità di supporto alla portata di qualsiasi armatore regionale. È questo il vero spartiacque del fine vita nell’eolico galleggiante: non tanto riportare a terra una fondazione, quanto riuscire a farlo senza dover noleggiare la stessa flotta che l’ha installata.
Smontare senza la flotta di montaggio
Il decommissioning del TetraSpar Demonstrator, in corso al Marine Energy Test Centre al largo di Karmøy, è il primo smantellamento programmato di un eolico galleggiante a fondazione tetraedrica. L’impianto, installato nel 2021 per testare il concetto di fondazione Tetra di Stiesdal, è stato scollegato dalla rete e il suo cavo dinamico messo in wet storage: nessun taglio distruttivo, nessun ROV in immersione profonda, nessuna heavy lift vessel mobilitata.
A gestire le operazioni è la catena di fornitura norvegese: Semco Maritime per lo smontaggio a terra presso Hanøytangen, e Norscrap West come specialista del riciclo. L’obiettivo dichiarato dei partner è mostrare soluzioni concrete per la fase di fine vita dei progetti eolici offshore galleggianti. Non un proof-of-concept tecnologico, ma un esercizio di logistica e competenze locali.
La vera transizione è smontare, non montare. E farlo con la supply chain che hai, non con quella che sogneresti di avere.
Il paradosso delle aste miliardarie
Mentre il TetraSpar veniva scollegato in sordina, la Danimarca portava a casa un’asta eolica offshore di successo da 1,8 GW complessivi tra due siti. Buone notizie, certo. Ma il messaggio che arriva dal Mare del Nord norvegese è che l’industria sta investendo quasi tutta la sua attenzione sulla fase di costruzione, e pochissima su quella di dismissione.
WindEurope ha annunciato l’impegno del settore a tagliare i costi dell’eolico offshore del 30% entro il 2040 rispetto ai livelli del 2025. Un target raggiungibile, a patto che nei modelli di costo venga incluso il decommissioning come processo industrializzato, non come variabile postuma da affrontare con navi spot a tariffa piena.
Formazione: la base imponibile della transizione
Il salto di scala non si fa con i CfD o con i piani industriali. Si fa nei cantieri e nelle aule. Il corso O&M e Asset Management in programma per il 2026 affronta esattamente questo snodo: passare dalla gestione dell’esistente alla pianificazione della dismissione, formando tecnici capaci di diagnosticare un cavo, valutare l’affaticamento di un tirante e decidere se una fondazione può essere riutilizzata o va avviata a riciclo.
Senza questo strato di competenze distribuite, il decommissioning resta una rendita per pochi armatori globali. Con le competenze giuste, diventa un mercato contendibile per le PMI della cantieristica regionale. La lezione del TetraSpar è elementare: chi saprà smontare con mezzi contenuti controllerà il costo reale del fine vita. E l’accordo di uscita di RWE dagli Stati Uniti — 1,2 miliardi di dollari per ritirarsi da un progetto offshore — mostra quanto sia facile bruciare margini quando la fase di ritiro non è stata progettata fin dal giorno zero.
Per chi installa e gestisce, il trade-off è questo: ogni scelta di progetto — dal tipo di fondazione al connettore del cavo — va pesata non sul costo di posa, ma sul costo di rimozione a fine ciclo.
Il TetraSpar dimostra che si può fare con meno mezzi di quanti si pensasse. Ma solo se qualcuno, a monte, ha deciso che il fine vita non è un’emergenza da subire.




