Il divario tra celle e moduli made in USA si allarga mentre i nuovi dazi sul polisilicio entreranno in vigore

Entro il 2027, quasi metà dei moduli solari assemblati negli Stati Uniti — 46 gigawatt su 96 previsti — rischiano di restare senza celle prodotte in casa. Lo segnala lo squilibrio tra capacità di celle e moduli negli Stati Uniti, che descrive un’industria dove l’assemblaggio corre mentre la manifattura dei componenti chiave arranca.

Fino al 2023 il divario era più contenuto. Poi l’Inflation Reduction Act ha gonfiato la capacità nominale dei moduli, portandola verso i 96 GW, senza un equivalente traino per le celle, che nel 2027 dovrebbero fermarsi poco sopra i 50 GW.

I dati sono raccolti nello stesso grafico PV Tech sullo squilibrio celle-moduli, che mostra un allargamento vistoso nel biennio 2024-2025.

Un collo di bottiglia annunciato

Già nel 2023 un guest blog di Intertek CEA, pubblicato su PV Tech, avvertiva di aziende costrette a procurarsi celle all’estero proprio mentre le linee di assemblaggio domestiche si moltiplicavano. Quella strozzatura oggi si somma a nuove barriere commerciali.

L’amministrazione Trump ha introdotto dazi del 15% e prezzi minimi sulle importazioni di polisilicio e derivati, con entrata in vigore il 4 dicembre 2026. Le misure sui dazi al polisilicio si applicano a tutti i prodotti a base di polisilicio e si aggiungono a eventuali dazi antidumping e compensativi, con tetti del 15% per UE, Giappone, Liechtenstein, Svizzera, Taiwan e Corea del Sud, e del 10% per il Regno Unito.

I prezzi minimi sono fissati a 21 dollari al chilogrammo per il polisilicio, 100 dollari al chilo per lingotti e wafer, 0,22 dollari per watt per le celle e 0,38 dollari per watt per i moduli. Ma oggi i moduli made in USA vengono venduti a circa 0,30 dollari al watt, come riporta lo stesso servizio sui prezzi minimi. Il prezzo d’importazione regolato supera il prezzo di mercato interno, una dinamica che rischia di distorcere gli approvvigionamenti.

«È uno dei più grandi eventi nel panorama solare statunitense. Cambierà completamente il modo in cui funziona l’approvvigionamento di moduli negli USA», ha dichiarato Moustafa Ramadan, capo della ricerca di mercato di PV Tech Research, in.

Thomas Beline, partner dello studio Cassidy Levy Kent, ha aggiunto un’avvertenza sui dettagli applicativi: «Bisognerà evitare che l’erosione dei prezzi si trasferisca a valle», ha spiegato in un commento di Thomas Beline, sottolineando la necessità di proteggere i manufatti finali quando a monte si usano articoli a prezzo minimo più basso.

La lezione di Lisbona

Mentre Washington prova a costruire una fortezza modulare senza fondamenta di celle, il Portogallo mostra un’altra strada. A luglio il solare fotovoltaico è diventato per la prima volta la prima fonte di generazione elettrica del Paese, con il 19% dei consumi nazionali, davanti all’idroelettrico (16%), all’eolico (13%) e alla biomassa (5%). Lo certifica il primato del solare in Portogallo secondo i dati dell’operatore di rete REN.

Non è un caso: il Portogallo ha sostenuto lo sviluppo solare con politiche di sostegno stabili, senza creare squilibri manifatturieri artificiali. Il risultato è un mix guidato dal fotovoltaico, mentre gli Stati Uniti si trovano con metà capacità di assemblaggio a rischio approvvigionamento e prezzi minimi che disallineano il mercato.

Cosa guardare fino a dicembre

Il 4 dicembre 2026 scatterà il nuovo regime tariffario. Il numero da monitorare non è solo la capacità nominale di celle — quei 50 GW che restano lontani dai 96 GW dei moduli — ma il differenziale tra il prezzo minimo all’import (0,38 dollari per watt) e le quotazioni dei moduli made in USA (0,30 dollari). La distanza tra i due valori segnala quanto la protezione rischi di diventare un freno, in attesa che la manifattura delle celle colmi un vuoto che oggi resta profondo.