La corsa agli impianti è spinta dal timore della fine del feed-in, con il mercato a rischio colonia cinese.

Un numero basta a raccontare la febbre tedesca per il solare: 7394,4 megawatt di nuova capacità fotovoltaica installata nel primo semestre del 2026, il 9% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato, registrato dalla Bundesnetzagentur, sembrerebbe la prova di una transizione energetica che accelera. Ma se si guarda dietro la cifra, il Bundesverband Solarwirtschaft stima che il più sia trainato da Sondereffekten, effetti speciali. Il paradosso è servito: questo record potrebbe essere l’ultimo, perché la corsa al fotovoltaico è alimentata proprio dalla paura che gli incentivi spariscano. E quando succederà, il mercato tedesco rischia di diventare una colonia cinese.

La corsa all’ultimo incentivo

L’aumento della potenza installata ha un colpevole, o forse un movente: il tam-tam sulla fine della tariffa feed-in, il meccanismo che garantisce un prezzo fisso per l’energia immessa in rete. Un installatore solare, interpellato dalla Tagesschau nelle scorse settimane, ha descritto la scena senza giri di parole: «Siamo stati contattati da un numero incredibile di persone che dicevano di essere interessate a un impianto fotovoltaico finché esiste ancora la tariffa di immissione». Non è domanda strutturale, è un assalto alla diligenza prima che parta.

Cosa significa in pratica? Che il semestre record del 2026 è figlio di una corsa all’ultimo sussidio. Famiglie e imprese che avevano rimandato l’investimento ora si affrettano a montare pannelli, per paura di restare a mani vuote quando le nuove regole entreranno in vigore. Il dato della Bundesnetzagentur, che per giugno 2026 prevede un saldo netto di 1268 megawatt aggiuntivi, conferma che la tendenza non accenna a rallentare: anzi, più si avvicina la scadenza del regime attuale, più il mercato si surriscalda.

Ma cosa succederà quando la festa finirà? Il Bundesverband Solarwirtschaft lo dice apertamente: i tagli previsti alla promozione del solare e le ulteriori barriere di mercato potrebbero frenare sensibilmente lo sviluppo a partire dal 2027. Il boom, insomma, ha le ore contate. Ed è esattamente a quel punto che il paradosso tedesco entra nella sua fase acuta.

Il paradosso della riforma: rendimenti troppo alti?

Per capire la logica — o l’illogica — della situazione, bisogna guardare a cosa ha in mente il governo. La riforma del meccanismo di sostegno alle rinnovabili, la cosiddetta EEG 2027, porta la firma del ministro dell’Economia Katherina Reiche. La giustificazione politica è lineare, quasi seducente nella sua semplicità: si vogliono eliminare i sussidi per quegli impianti che generano rendimenti così elevati da essere installati comunque. Tradotto: perché pagare incentivi a chi li farebbe anche senza?

Il ragionamento, sulla carta, ha una sua coerenza da manuale di politica economica. Nella realtà, produce un cortocircuito che sfiora l’assurdo. Proprio il timore che quei sussidi vengano tolti sta gonfiando artificialmente la domanda. Le persone non stanno installando pannelli perché l’investimento è finalmente maturo da reggersi sulle proprie gambe, ma perché vogliono assicurarsi l’ultimo treno degli incentivi. Se il mercato fosse davvero così efficiente da non aver bisogno di sostegno pubblico, non si assisterebbe a un’accelerazione del 9% alimentata dalla paura del vuoto normativo.

E poi c’è il nodo di chi, quei pannelli, li produce. I produttori cinesi detengono una quota di mercato stimata tra l’80 e il 90% in Germania. Quando il governo di Berlino sostiene che gli incentivi non servono più perché i rendimenti sono ormai alle stelle, omette un dettaglio: quei rendimenti sono possibili anche grazie a moduli prodotti in Cina a costi che nessun produttore europeo può eguagliare. Togliere gli incentivi, in questo contesto, significa consegnare definitivamente il mercato tedesco — il più grande d’Europa — ai colossi asiatici, che non hanno certo bisogno della tariffa feed-in per risultare competitivi.

L’ironia è che la riforma, presentata come un atto di efficienza economica, rischia di trasformarsi in un assist involontario alla dipendenza tecnologica dalla Cina. Si voleva smettere di pagare sussidi superflui. Si otterrà, con ogni probabilità, di pagare il prezzo pieno della deindustrializzazione del comparto fotovoltaico europeo.

Chi resta senza rete

Alla fine di questa catena di eventi, c’è la filiera tedesca dell’installazione e chi ci lavora. Se il boom del 2026 è drogato dalla paura, il 2027 rischia di trasformarsi in una doccia fredda per migliaia di aziende artigiane che negli ultimi anni avevano costruito il proprio fatturato sulla domanda domestica di impianti fotovoltaici. Per non parlare degli obiettivi climatici tedeschi, che presupponevano una crescita costante della potenza rinnovabile installata, non un picco seguito da un crollo.

La domanda che resta aperta è scomoda: se la Germania rinuncia a guidare con gli incentivi, è pronta a subire un mercato dove decidono gli altri?