Nuova Delhi organizza aste con Germania, Paesi Bassi e Giappone mentre Bruxelles resta concentrata sui sussidi interni
Mentre Bruxelles stappava champagne per i 720 milioni di euro della sua Banca dell’idrogeno, a Nuova Delhi si preparava in silenzio un’arma commerciale capace di riscrivere le rotte dell’energia pulita. La scorsa settimana, al Bharat Green Hydrogen Summit di Nuova Delhi, il direttore della Solar Energy Corporation of India (SECI) Sanjay Sharma ha rivelato che il Paese lancerà aste H2Global in collaborazione con Germania, Paesi Bassi e Giappone. L’annuncio ha il difetto di sembrare tecnico, quasi burocratico, ma contiene tutti gli elementi per ridefinire chi compra, chi vende e chi fissa le regole nel mercato dell’idrogeno pulito.
Il blitz di Nuova Delhi
L’India non ha aspettato inviti. Mentre la Commissione europea celebrava i risultati della prima asta domestica della Banca europea dell’idrogeno — sette progetti finanziati per circa 720 milioni di euro — Nuova Delhi metteva a punto un meccanismo che punta direttamente ai corridoi commerciali intercontinentali. La differenza non è marginale: Bruxelles finanzia la produzione interna, l’India sta costruendo le infrastrutture di mercato per diventare un esportatore globale.
SECI, che è l’agenzia implementativa della National Green Hydrogen Mission indiana, non si limita a sventolare target. Sta tessendo accordi bilaterali con i Paesi che importano energia, quelli che hanno fabbriche da alimentare e scadenze climatiche da rispettare. Germania, Paesi Bassi e Giappone non sono partner casuali: sono economie industriali con un fabbisogno energetico che l’elettrificazione diretta non basterà a coprire, e che hanno già capito che produrre idrogeno verde in casa propria sarà molto più costoso che comprarlo da chi ha sole e vento in abbondanza.
Il tempismo è tutt’altro che ingenuo. La scorsa settimana, dal palco del summit di Nuova Delhi, Sharma ha parlato a una platea che includeva rappresentanti governativi e investitori internazionali. Non era un annuncio di intenti: era il segnale che l’architettura è pronta e che le aste partiranno. Ma come funziona esattamente questo meccanismo che promette di collegare continenti?
L’asta dei due mondi
Dietro la mossa indiana c’è un’architettura finanziaria complessa, nata in Germania e ora esportata con ambizione. Il meccanismo si chiama H2Global e funziona come un ponte a due arcate tra produttori e acquirenti. Al centro c’è Hintco, un intermediario che da un lato firma contratti di acquisto a lungo termine con i produttori — dieci anni, prezzo fisso — e dall’altro rivende l’idrogeno tramite contratti di fornitura a breve termine. Il disallineamento di prezzo tra i due lati — perché oggi produrre idrogeno verde costa più di quanto il mercato sia disposto a pagare — viene coperto da finanziamenti pubblici.
È un’idea che risolve il problema classico dei mercati nascenti: il produttore vuole certezze per finanziare l’impianto, il compratore vuole flessibilità e prezzi competitivi. Hintco assorbe il rischio nel mezzo, sostenuto dai governi che hanno interesse strategico a far decollare la filiera. Non è beneficenza climatica: è politica industriale con un contratto decennale in mano.
L’India ha fiutato l’occasione presto. Già nel novembre 2024, H2Global e SECI avevano firmato un memorandum d’intesa per stabilire corridoi commerciali internazionali per l’idrogeno rinnovabile e i suoi derivati. L’accordo del 19 novembre formalizzava una partnership che ora, con l’annuncio delle aste, entra nella fase operativa. Nel frattempo, H2Global ha aperto un ufficio a Tokyo nel settembre 2025 e ha piazzato un rappresentante a Bruxelles — un dettaglio che da solo racconta quanto Berlino consideri questo strumento come leva diplomatica, non solo energetica.
La coalizione che si sta formando ha una solidità che va oltre i comunicati stampa. La Germania porta il capitale e il know-how finanziario. I Paesi Bassi mettono sul tavolo la loro infrastruttura portuale — Rotterdam è già il principale hub energetico d’Europa — e il Giappone aggiunge una domanda industriale che da sola giustificherebbe l’investimento. L’India, da parte sua, offre la risorsa che manca a tutti: spazio, irraggiamento solare e costi di produzione potenzialmente imbattibili. Di fronte a questa coalizione, cosa può offrire l’Europa da sola?
La banca che rischia di restare vuota
Se Nuova Delhi costruisce corridoi, Bruxelles finanzia progetti interni: due visioni che potrebbero entrare in rotta di collisione. La Banca europea dell’idrogeno, lanciata nel 2022, ha completato la sua prima asta domestica assegnando circa 720 milioni di euro a sette progetti. Soldi che servono a coprire il differenziale di costo tra idrogeno verde e idrogeno grigio prodotto da fonti fossili, e che resteranno dentro i confini dell’Unione. È un meccanismo pensato per stimolare l’offerta europea, non per integrarsi con i flussi globali.
Il paradosso è che il modello dell’asta a doppio lato — proprio quello che H2Global sta esportando con l’India — è nato in Germania con il sostegno del ministero dell’Economia tedesco. Bruxelles ha creato il prototipo, ma rischia di vederlo scalare altrove, mentre la Banca europea dell’idrogeno resta un contenitore di sussidi alla produzione domestica. Non è sbagliato in sé: è semplicemente un’altra partita, e forse una partita più piccola.
L’ironia sta nel fatto che l’Unione europea ha passato anni a predicare la necessità di un mercato globale dell’idrogeno, salvo poi attrezzarsi con uno strumento che guarda principalmente all’interno. Nel frattempo, i Paesi Bassi — membro dell’Unione — partecipano all’iniziativa indiana, dimostrando che la geometria degli interessi energetici non coincide con quella dei trattati. E alla fine, la vera incognita è se l’idrogeno verde sarà mai abbastanza per tutti: i target di produzione indiani sono ambiziosi, ma la capacità reale di generare elettrolizzatori, connettere impianti e gestire una catena logistica che parte dal Rajasthan e arriva a Rotterdam è tutta da dimostrare.
Mentre l’India accelera, la domanda non è più se l’idrogeno diventerà una commodity globale, ma se l’Europa avrà un ruolo da protagonista o da comparsa. E per ora, chi compra il biglietto per il posto in prima fila lo sta facendo a Nuova Delhi, non a Bruxelles.




