Il caldo e la ripresa industriale hanno spinto i consumi, ma la produzione idroelettrica è crollata del 23,7%

Cinquantasette virgola quattro gigawatt. È il picco di domanda elettrica che la rete italiana ha dovuto assorbire lo scorso 29 giugno, il valore mensile più alto mai registrato, in rialzo del 3,6% sull’anno precedente. In quella domenica di fine giugno, la macchina elettrica nazionale ha girato al massimo dei giri — e il dato non è solo una tacca sul cruscotto di Terna. È il punto esatto in cui la promessa delle rinnovabili si è scontrata con la realtà di un sistema che, quando la domanda morde, deve ancora accendere il gas. Secondo il comunicato stampa di Terna, a giugno 2026 il fabbisogno elettrico italiano è aumentato dell’1,8% rispetto allo stesso mese del 2025. Non è un’anomalia: è una tendenza che sta ridisegnando i contorni della transizione.

Il picco che cambia le regole

Il dato dei 57,4 GW non arriva da solo. È il culmine di un mese in cui la rete ha lavorato costantemente sopra i livelli dell’anno scorso, spinta da temperature elevate e da un’attività industriale che ha ripreso a macinare. Il gestore della rete ha dovuto bilanciare in tempo reale un carico che, in condizioni di stress termico e produttivo, non concede margini. La domanda di elettricità italiana era rimasta sostanzialmente piatta nel 2025, ferma a 311,3 TWh, con l’economia ancora in fase di assestamento dopo un avvio d’anno debole. Ma già nella seconda metà del 2025 qualcosa aveva iniziato a muoversi: l’indice IMCEI di Terna, che misura i consumi elettrici di circa 1.000 imprese energivore, aveva mostrato segnali di ripresa, pur chiudendo l’anno con una flessione contenuta del -0,7%.

Il picco di giugno non è un fulmine a ciel sereno. È il segnale che la fase di domanda piatta è alle spalle. E quando la potenza richiesta supera una certa soglia, ogni punto percentuale di copertura rinnovabile in meno si traduce in centrali termoelettriche che restano accese — con tutto ciò che comporta in termini di costi di sistema e di emissioni.

La fabbrica torna a chiedere energia

A spingere la domanda non è solo la stagione estiva. A giugno 2026 i consumi industriali sono cresciuti del 3,1%, più del doppio del tasso di aumento del fabbisogno complessivo. È un’accelerazione che arriva dopo mesi di segnali coerenti: a maggio, l’indice IMCEI elaborato da Terna aveva registrato un incremento del 2,2%, segnando il nono mese consecutivo di crescita. L’industria italiana — dalla meccanica alla chimica, dalla carta alla ceramica — sta tornando a consumare kilowattora a un ritmo che la generazione pulita, da sola, non riesce a sostenere.

Rinnovabili: quando la crescita non basta

Qui si apre il paradosso. Nel 2025, eolico e solare hanno generato il 30% dell’elettricità dell’Unione Europea, superando per la prima volta i combustibili fossili secondo i dati di Ember. Un traguardo storico, che racconta di un continente in cui la transizione sta davvero spostando i volumi. Ma l’Italia, dentro quella media, sta andando nella direzione opposta: a giugno 2026 le fonti rinnovabili hanno coperto solo il 47% della domanda, in calo netto rispetto al 49,5% di giugno 2025. Due punti e mezzo persi in dodici mesi. Non perché la potenza installata sia diminuita — anzi — ma perché la produzione idroelettrica è crollata del 23,7% e la domanda è cresciuta più in fretta della nuova capacità di generazione pulita.

Il meccanismo è noto a chi opera nella gestione degli impianti: la quota rinnovabile non è solo una questione di pannelli e pale installate. È il rapporto tra generazione disponibile e consumo orario. Se il denominatore sale — e lo fa spinto dall’industria, non solo dalla climatizzazione — serve più numeratore. Ma il numeratore rinnovabile è intermittente per natura, e l’accumulo utility-scale in Italia è ancora largamente insufficiente. Risultato: quando il termometro sale e le fabbriche girano a pieno regime, la distanza tra la curva di generazione e quella di carico viene colmata dal termoelettrico. Accade da sempre, ma la novità è che la forbice si sta allargando proprio nel momento in cui le policy europee chiedono di chiuderla.

Per chi gestisce una centrale, un parco eolico o un impianto fotovoltaico utility-scale, i numeri di giugno 2026 non sono un allarme: sono un avvertimento tecnico. Dicono che senza una capacità di accumulo in grado di spostare l’energia dalle ore di picco solare a quelle di picco serale, e senza strumenti di flessibilità lato domanda che possano modulare i carichi industriali, la traiettoria della domanda correrà più veloce di quella della copertura pulita. Non è una fatalità, ma è un vincolo. Il picco di 57,4 GW è già nei libri; la risposta del sistema — batterie, pompaggi, demand response — è ancora in cantiere.