Il programma di assistenza del Clean Hydrogen Partnership ha portato 28 valli in 18 paesi alla soglia degli investimenti, mentre

I numeri raccontano una geografia in movimento. Sulla piattaforma H2V, il cruscotto pubblico che mappa i progetti di idrogeno pulito in Europa, un progetto su tre ha ormai superato la fase di studio e si trova al punto in cui si stacca l’assegno: la decisione finale di investimento. Due anni fa quella soglia era ferma sotto il dieci per cento. È il segnale più nitido che qualcosa, nel meccanismo di accompagnamento di queste iniziative, ha iniziato a funzionare.

La leva del supporto personalizzato

Non è stato un cambio di tecnologia, ma di metodo. Lo scorso 20 luglio, il Clean Hydrogen Partnership ha selezionato 13 nuovi beneficiari per il programma Project Development Assistance, pescando da un bacino di 23 candidature. Sommati ai 15 della prima ondata, il portafoglio sale a 28 Hydrogen Valleys distribuite su 18 paesi, con un’estensione geografica che ora copre dieci Stati membri dell’Unione e due paesi associati a Horizon Europe. L’assistenza per questo secondo gruppo scatterà a settembre 2026, dopo una fase di scoping e la firma di una dichiarazione di collaborazione.

Ma il dato che pesa non è tanto l’allargamento, quanto la traiettoria di chi ha già ricevuto il supporto. Tra novembre 2025 e febbraio 2026, la Hydrogen Valleys Facility – il braccio operativo del Clean Hydrogen Joint Undertaking – ha erogato assistenza personalizzata alla prima ondata di 15 valli. A maggio di quest’anno, un report ha certificato che tutti e 15 i progetti hanno compiuto progressi significativi verso la decisione finale di investimento. Tradotto: nessuno è rimasto impantanato nella fase di pre-fattibilità. Il supporto PDA non è una consulenza generica. È un accompagnamento tecnico, legale e finanziario cucito sul singolo progetto: si mettono a punto i contratti di offtake, si costruisce il modello economico-finanziario, si identificano i partner tecnologici e si prepara la documentazione per i fondi. Non si finanzia il capex, si finanzia la bancabilità del progetto. Ed è esattamente questo snodo a sbloccare i capitali privati.

Misurando l’effetto accumulato, il 37% dei progetti censiti sulla piattaforma H2V è oggi in fase di decisione finale di investimento o l’ha già superata. La quota di valli operative è raddoppiata in due anni, passando dal 9 al 18%. Sono percentuali che descrivono un ecosistema europeo che sta uscendo dall’infanzia, dove i concept paper lasciano il posto ai contratti di costruzione. Ma la velocità con cui questi numeri continueranno a salire dipende da quanto l’Europa riuscirà a reggere il confronto con ciò che accade fuori dai suoi confini.

L’ombra dei numeri globali

I 42,7 miliardi di euro di investimento totale delle 84 Hydrogen Valleys europee sembrano una cifra imponente. Lo sono molto meno quando li si mette accanto ai 93,8 miliardi concentrati in appena 24 valli extra-UE. Più del doppio di capitale, su un quarto dei progetti. Non è una differenza marginale: è un rapporto di scala che segnala come i grandi distretti dell’idrogeno stiano nascendo altrove, con dotazioni finanziarie che in Europa restano frammentate tra fondi nazionali, IPCEI e programmi quadro. Già a giugno 2023, la Clean Hydrogen Mission aveva censito 83 progetti di hydrogen valley in 33 paesi, con l’obiettivo di arrivare a 100 valli integrate su larga scala entro il 2030. La corsa è partita, ma i cavalli non sono tutti nello stesso paddock.

Il divario non è solo di volumi. È di timing. Fuori dall’Europa, i progetti tendono a concentrarsi in aree con regolamentazione più snella, costi energetici più bassi e catene di fornitura già verticalizzate sull’idrogeno. Il programma PDA europeo agisce come compensatore di questo gap, abbattendo il rischio percepito e portando i progetti al punto in cui un investitore istituzionale può valutarli con strumenti standard. Il problema è che il compensatore ha una portata limitata, mentre i progetti che bussano alla porta sono sempre di più.

2030: la corsa a ostacoli

Con 28 valli supportate e un obiettivo di 50 operative o in costruzione entro il 2030 – fissato dalla Commissione Europea – la traiettoria c’è, ma la pendenza è ripida. Non basta selezionare progetti promettenti: bisogna portarli a compimento mentre il resto del mondo accelera, con assegni più pesanti e meno vincoli procedurali. Per chi sviluppa, il segnale di oggi è ambivalente: il supporto tecnico c’è, è strutturato e ha dimostrato di funzionare, ma la finestra per trasformare un progetto in un impianto che produce idrogeno a costi competitivi non resterà aperta a lungo.

Il programma PDA, in questo senso, è una bussola più che una mappa: orienta i progetti dal disegno alla soglia dell’investimento, restituendo al mercato la responsabilità di decidere. I numeri della piattaforma H2V dicono che sta funzionando. Quelli globali, che bisogna sbrigarsi.