La riconversione del gasdotto tra Zeeland e Noord-Brabant precede di poco l’obbligo di miscelazione che dovrebbe portare la produzione da

La scorsa settimana Gasunie ha riutilizzato un gasdotto esistente tra Zeeland e Noord-Brabant per trasportare biometano. Nessuno scavo, nessuna posa di nuove tubature: la condotta che un tempo portava gas naturale ora sposta metano rinnovabile. Una mossa di pragmatismo industriale che dice molto su come l’Olanda sta affrontando la transizione — e su quanto sia ancora lontano il traguardo. Perché il target è scritto nero su bianco: 2 miliardi di metri cubi di gas verde all’anno entro il 2030, come previsto dal Climate Agreement olandese. E oggi, a metà del 2026, la strada è ancora tutta in salita.

La rete si fa verde

L’intervento di Gasunie non è un episodio isolato. La connessione tra Axel e Ossendrecht è solo l’ultimo tassello di una rete che sta cambiando pelle: presto arriveranno booster di biometano anche a Tilburg e a Mill, sempre nel Noord-Brabant. L’idea è semplice — usare ciò che esiste già. Un principio che l’azienda applica da tempo e che guiderà anche lo sviluppo della rete nazionale dell’idrogeno: buona parte delle condotte sarà ricavata dai gasdotti dismessi, via via che il trasporto di gas naturale calerà. È una logica di ottimizzazione delle infrastrutture che ha il pregio di ridurre i costi e i tempi, ma che da sola non produce una molecola di gas verde. E qui si apre il vero capitolo della vicenda.

Perché costruire i tubi — o, in questo caso, riconvertirli — è la parte più facile. La difficoltà sta nel riempirli. L’obiettivo dei 2 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030, fissato nell’Accordo sul Clima olandese, è una scala di ambizione che stride con i numeri di partenza. L’ultimo dato disponibile, relativo allo scorso anno, dice che la produzione nazionale di biometano è cresciuta del 14% e che i produttori sono passati da 92 a 108. Una dinamica positiva, certo, ma che proiettata in avanti lascia un divario enorme rispetto alla meta. Se la rete si sta adattando, è la politica a dover dare il la alla produzione.

L’obbligo che accende i riflettori

Ed è qui che entra in scena l’obbligo di miscelazione. Già nel 2022 il governo dei Paesi Bassi aveva annunciato un obbligo di blending per l’ambiente costruito che nel 2025 partiva da appena 150 milioni di metri cubi, per salire gradualmente fino a 1,6 miliardi di metri cubi nel 2030. Resta una parte mancante — circa 400 milioni di metri cubi — per arrivare al target pieno dei 2 miliardi. La scelta del governo è stata quella di accendere un motore a scoppio ritardato: una partenza a basso regime seguita da una forte accelerazione negli ultimi anni. Ma qui sta l’ironia della situazione. Da un lato si fissa un obbligo che promette di moltiplicare per oltre dieci volte la quota di gas verde in meno di un decennio; dall’altro, la produzione reale cresce a ritmi da economia tradizionale, con un 14% in più di anno in anno e un numero di operatori che aumenta ma non esplode.

Il messaggio implicito è che qualcuno — i produttori, i fornitori di energia, i distributori — dovrà correre più forte della politica. O forse il contrario: l’obbligo di miscelazione è l’ammissione che senza una leva regolatoria, la produzione non si muoverebbe abbastanza in fretta. E i numeri del 2025 dicono che la leva esiste, ma è ancora corta: 150 milioni di metri cubi sono poca cosa rispetto ai consumi dell’ambiente costruito olandese, e anche rispetto ai 2 miliardi promessi per il 2030. Chi ci guadagna, in questo scenario, sono i produttori che già operano e che vedono aprirsi un mercato garantito; chi rischia di restare indietro sono gli operatori che non hanno ancora investito, o che aspettavano segnali più forti prima di riconvertire impianti a biogas in biometano. L’obbligo c’è, ma la scalata è ripida.

La fetta europea

Eppure, mentre l’Olanda muove i primi passi con la sua politica di blending, nel resto d’Europa il gas rinnovabile sta già diventando un pezzo di mercato. Secondo i dati ENTSOG, le immissioni di gas rinnovabile nelle reti europee sono aumentate da 38,1 a 43,2 TWh negli ultimi due anni gas, con un incremento annuo del 12%. Tradotto in numeri più digeribili, siamo già oltre i 4 miliardi di metri cubi di gas verde che circolano nei tubi del continente. L’Olanda, con i suoi 2 miliardi promessi per il 2030, ambisce a una fetta consistente — quasi la metà del volume attuale dell’intera Europa. La domanda, a questo punto, diventa scomoda: basterà la produzione interna a sostenere quell’ambizione, o il gas verde finirà per essere l’ennesimo bene da importare? In un mercato europeo dove le immissioni crescono a doppia cifra, la competizione per la materia prima — cioè per la biomassa sostenibile da convertire — è già cominciata.

La rete si riconverte, i produttori aumentano, l’obbligo di miscelazione prova a fare da volano. Ma la scommessa vera è riempire i tubi: il biometano olandese troverà abbastanza spazio nei digestori del Paese per onorare le sue promesse, o il gas verde diventerà l’ennesimo capitolo di una transizione fatta più di acquisti esteri che di produzione locale?