La Consulta ha respinto i dubbi del Tar Lazio e conferma il bilanciamento tra transizione ecologica e tutela del suolo
Lo scorso 16 luglio, la Corte costituzionale ha confermato la legittimità delle norme che impediscono l'installazione di impianti fotovoltaici con moduli a terra sui terreni agricoli. Una mossa che non ha precedenti esatti in Europa: solo sei Paesi dell’Unione hanno una definizione legale di agrivoltaico, e l’Italia è entrata in questo gruppo con una sentenza che obbliga di fatto a ripensare il rapporto tra energia solare e suolo coltivato.
Italia, eccezione o avanguardia agricola europea?
Secondo una recente analisi di Solarplaza, Repubblica Ceca, Croazia, Francia, Germania e Slovenia sono gli unici Stati membri ad aver introdotto una chiara definizione giuridica di agrivoltaico. L’Italia lo ha fatto con il decreto-legge n. 175 del 2025, che descrive gli impianti agrivoltaici come quelli realizzati con moduli adeguatamente sollevati dal suolo e compatibili con la prosecuzione delle attività agricole. La sentenza 127/2026 dà a quella definizione una forza inedita: non è più una possibilità tecnica tra le altre, ma la strada che il legislatore e la Consulta indicano come obbligata per chi voglia produrre elettricità dal sole su terreno agricolo. Anche la Francia, con la legge APER del marzo 2023, ha scelto di vietare i pannelli a terra fuori dalle aree individuate da un documento quadro prefettizio, ma il modello italiano è diverso: non è una scelta amministrativa, è un bilanciamento tra principi costituzionali. Ma cosa c’è scritto esattamente nelle carte della Consulta?
La sentenza in controluce: non un divieto assoluto, ma un bilanciamento
A sollevare il caso erano state quattro sentenze non definitive del TAR Lazio, depositate il 13 maggio 2025. I giudici amministrativi avevano rimesso alla Corte costituzionale i dubbi su due norme: l’articolo 5 del decreto-legge 15 maggio 2024, n. 63 – convertito in legge 12 luglio 2024, n. 101 – e l’articolo 2, comma 2, del decreto legislativo 25 novembre 2024, n. 190, che limitano la possibilità di installare impianti fotovoltaici su aree classificate agricole. La Consulta, con la sentenza 127/2026, ha esaminato le norme e ha dichiarato tutte le questioni non fondate.
La Corte ha però precisato un punto decisivo: la disciplina censurata «non vieta l’installazione di tutti gli impianti per la produzione di energia solare nelle aree agricole, ma soltanto quella degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra». Restano possibili gli impianti agrivoltaici con pannelli rialzati, e restano in vigore le eccezioni già previste dall’articolo 20 del decreto legislativo n. 199 del 2021, che consente deroghe in aree espressamente individuate dal legislatore. Le censure riferite agli articoli 3 e 9 della Costituzione sono state respinte perché, scrive la Corte, la disciplina realizza un «bilanciamento non manifestamente irragionevole fra interessi costituzionalmente rilevanti»: la transizione ecologica da un lato, la salvaguardia del paesaggio agricolo, del suolo, delle colture e della biodiversità dall’altro. Il risultato è un equilibrio che non blocca il fotovoltaico in campagna, ma lo costringe a evolversi. E quindi, per il mercato dell’energia, cosa cambia oggi?
Agrivoltaico, la partita è appena iniziata: vincitori, vinti e il numero da guardare
La sentenza 127/2026, giuridicamente vincolante per tutti i procedimenti analoghi, è stata accolta da Governo e organizzazioni agricole come una vittoria nella protezione dei suoli agricoli da usi industriali che ne limitino o rendano inservibili le potenzialità produttive. Allo stesso tempo, consolida il divieto per il fotovoltaico a terra senza precludere lo sviluppo degli impianti agrivoltaici con moduli elevati e dei progetti che rientrano nelle deroghe di legge. Il messaggio al mercato è netto: i progetti tradizionali con pannelli appoggiati al suolo su terreni classificati agricoli sono fermi; chi ha già avviato iter autorizzativi per impianti a terra in area agricola – senza rientrare in una delle eccezioni previste – deve cambiare strategia o fermarsi.
Ne beneficiano gli sviluppatori che hanno puntato sull’agrivoltaico rialzato e gli agricoltori che intendono diversificare il reddito integrando la produzione di energia con quella agricola. La sentenza riduce l’incertezza normativa per chi progetta strutture con moduli sollevati, creando un vantaggio competitivo rispetto a chi aveva scommesso su soluzioni più semplici e meno costose. Tuttavia, la convenienza economica dipenderà dai costi reali delle strutture rialzate e dai ricavi della vendita di energia, variabili che oggi restano in parte da verificare su scala ampia.
Il vero banco di prova sarà la capacità del sistema autorizzativo di gestire le richieste per impianti agrivoltaici. Al momento non esistono dati pubblici sufficienti per capire quanti progetti siano già in coda e quanti potranno vedere la luce in tempi certi. Nei prossimi dodici mesi, il numero da guardare non è quello dei megawatt annunciati, ma la quota di nuova potenza fotovoltaica entrata in esercizio su terreno agricolo attraverso configurazioni agrivoltaiche. Se sarà alta, la sentenza 127/2026 si rivelerà un acceleratore. Se resterà bassa, il divieto di fotovoltaico a terra rischierà di tradursi in un rallentamento complessivo, al di là delle intenzioni. Il mercato si gioca sulla burocrazia, non sulle dichiarazioni.




