Il divario con Spagna e Francia arriva al 60%, mentre la regione finanzia 125 comunità energetiche per sostenere l’autoproduzione

Quaranta per cento. Non è un dato marginale su un grafico di scenario, è il sovrapprezzo che una piccola impresa italiana paga sulla bolletta dell’energia rispetto alla media dei colleghi europei. Se quella stessa impresa guarda a Spagna e Francia, il divario si allarga: in Spagna il costo dell’elettricità per le piccole aziende è inferiore del 60%, in Francia del 50%. Lo certificava già a febbraio 2025 la stessa CNA, sottolineando come le piccole imprese paghino l’energia il 40% in più della media europea. Un handicap che non è mai rientrato, e che si è anzi incistato come un dato strutturale: la tassa occulta di una transizione ecologica che rischia di lasciare indietro proprio chi produce.

Di transizione e di energia si è parlato la scorsa settimana all’Assemblea 2026 di CNA Emilia-Romagna, riunita al DAMA Tecnopolo Data Manifattura di Bologna. L’occasione in cui l’associazione ha presentato il Manifesto per l’energia d’impresa, un documento che è tanto un programma di lavoro quanto la fotografia di una fragilità. Perché le cinque direttrici tracciate da CNA — costi, incentivi, autoproduzione, competenze, comunità energetiche — disegnano un percorso corretto, ma lo disegnano su una mappa in cui molte strade non sono ancora state costruite.

Manifesto sì, ma per quale mercato?

«L’energia non è più soltanto una voce di costo: oggi è una condizione di competitività», ha detto il presidente regionale Paolo Cavini. Parole che contengono un’analisi lucida: per una piccola impresa, poter contare su costi energetici stabili significa investire, assumere, innovare. Ma la distanza tra questa consapevolezza e il mercato reale si misura proprio in quel 40% di gap. Il Manifesto individua cinque direttrici — costi dell’energia, sostenibilità degli investimenti, accesso agli incentivi, nuove tecnologie, autoproduzione e comunità energetiche — e rivendica competenze, accompagnamento e un dialogo costante con le istituzioni. Già a giugno, agli Stati generali della rappresentanza, era emerso con chiarezza un punto: la transizione energetica non può essere lasciata alla singola impresa. Troppi fronti, troppe variabili: energie rinnovabili, meccanismi di aggregazione, rapporti con gli interlocutori pubblici. Non è roba per chi ha cinque dipendenti e una pressa da mandare avanti.

Eppure il Manifesto è un atto di indirizzo, nulla di vincolante. Non ci sono stanziamenti collegati né scadenze. È un elenco di ciò che servirebbe, non di ciò che è disponibile. La domanda allora non è più cosa serve, ma chi può davvero permettersi di attuarlo. E per rispondere basta guardare alla Spagna con i suoi costi inferiori del 60%, o alla politica industriale europea dell’energia che non c’è. Pochi giorni prima dell’assemblea bolognese, il vicepresidente di Confindustria per l’energia Aurelio Regina era stato esplicito: «L’Europa deve dotarsi di una vera politica industriale dell’energia. Non bastano solo obiettivi climatici ambiziosi. Le imprese chiedono di competere ad armi pari, con prezzi dell’energia comparabili, condizioni non penalizzanti, tempi autorizzativi certi e strumenti comuni di investimento». Parole che, dette accanto a un Manifesto come quello di CNA, suonano come un foglio di via per un continente che ha scoperto la propria fragilità energetica con la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina, ma stenta a darsi gli strumenti per superarla.

L’Emilia-Romagna prova a scappare

La Regione non sta a guardare. Ha finanziato 125 progetti di Comunità energetiche rinnovabili con quasi 5 milioni di euro per la progettazione, e ha aggiunto altri 6 milioni di incentivi a fondo perduto per realizzare impianti di produzione e accumulo. Numeri che fanno dell’Emilia-Romagna un laboratorio avanzato sul fronte dell’autoproduzione. Il vicepresidente Vincenzo Colla, intervenendo all’assemblea, ha da un lato rivendicato la resilienza del sistema manifatturiero regionale — «oggi non stiamo vivendo una semplice transizione, ma una profonda trasformazione: per affrontarla dobbiamo reindustrializzare l’Europa» —, dall’altro ha lanciato un allarme netto: i costi energetici «rischiano di buttare fuori mercato le piccole e medie imprese e le filiere». È il paradosso di una regione che spinge sulle comunità energetiche mentre l’industria locale compete a handicap con i vicini francesi e spagnoli.

Colla, come Regina, chiede una reindustrializzazione europea, investimenti in competenze, autonomia tecnologica. Ma gli strumenti restano nazionali e regionali, frammentati, senza quel quadro comune di cui parla Confindustria. Le 125 Comunità energetiche finanziate sono un segnale, certo. Ma a che servono se poi un artigiano paga l’elettricità il 50% in più di un suo omologo di Lione? E cosa succederà ora a quei progetti, e alle migliaia di imprese che ancora aspettano una vera politica industriale dell’energia, se l’Europa continuerà a fissare obiettivi climatici ambiziosi senza mettere le aziende in condizione di raggiungerli?

La transizione, per ora, è un costo che qualcuno deve pagare. E i dati dicono che, ancora una volta, a pagarlo sono le strutture più piccole. Quelle che non hanno squadre di energy manager, non accedono ai grandi strumenti di finanza verde e non fanno lobby a Bruxelles. Quelle che, il giorno dopo l’assemblea, sono tornate in officina con la stessa bolletta di prima.