Il via libera del governo non basta: senza potenziamento delle dorsali elettriche, i progetti rischiano di restare sulla carta
Lo scorso 7 luglio la legge regionale dell’Abruzzo che individua le aree idonee per gli impianti a fonti rinnovabili ha superato l’esame del Consiglio dei ministri senza che il Governo sollevasse obiezioni. Nessuna impugnazione, nessun rinvio alla Corte costituzionale: dopo l’Umbria, anche l’Abruzzo mette in sicurezza la propria mappa dell’idoneità. Sulla carta è un passo avanti per chi progetta parchi eolici e fotovoltaici. Ma sotto la superficie della delibera si annidano due questioni che rischiano di trasformare quella mappa in un esercizio astratto: la mancanza di un tetto al consumo di suolo agricolo e, soprattutto, l’assenza cronica di infrastrutture di rete.
La mappa dell’idoneità: cave, miniere e l’assenza del tetto allo 0,8%
La legge approvata lo scorso maggio dal Consiglio regionale abruzzese — la L.R. 7 maggio 2026, n. 9 — disegna un perimetro di aree idonee costruito attorno a un’idea chiara: recuperare spazi già compromessi. Tra le zone individuate compaiono le cave e le miniere cessate e ripristinate, le aree agricole che si trovano entro una fascia di 500 metri da zone a destinazione industriale e i terreni, anche classificati come agricoli, adiacenti alla rete autostradale. È un approccio che punta a concentrare gli impianti lungo i margini del costruito, evitando di intaccare il paesaggio agricolo aperto. La norma esplicita anche un’altra scelta: il ricorso a qualsiasi forma di energia nucleare è escluso.
Ma è proprio sulla tutela del suolo che la legge mostra il fianco a critiche precise. Già durante il dibattito in Consiglio, il capogruppo del M5S Francesco Taglieri aveva segnalato la mancata adozione di un limite massimo all’utilizzo delle aree agricole. La sua proposta, respinta dalla Giunta Marsilio, prevedeva un tetto dello 0,8% sul totale delle superfici agricole regionali. «Le aree agricole risultano meno tutelate rispetto ad altre regioni, perché la Giunta Marsilio ha respinto la nostra proposta di fissare un limite massimo per il loro utilizzo dello 0,8% di quelle totali», aveva dichiarato Taglieri ad aprile, quando la delibera passò in Consiglio regionale. Tradotto in ettari, significa che nulla impedisce che la quota di suolo agricolo convertibile a uso energetico cresca senza freni, purché i progetti rispettino i criteri di vicinanza alle aree industriali o all’autostrada.
Il risultato è una legge che da un lato abbraccia la logica del riuso — cave dismesse, miniere bonificate, terreni incastonati tra capannoni e svincoli — ma dall’altro lascia aperta una porta che può trasformarsi in una falla. Basteranno quelle aree già degradate a sostenere lo sviluppo rinnovabile promesso, oppure l’assenza di un limite al consumo di suolo minerà la credibilità dell’intero impianto normativo?
Il via libera del Governo e il vero collo di bottiglia
La decisione di Roma di non impugnare la legge — comunicata dopo il CdM del 7 luglio — chiude un capitolo ma ne apre uno più concreto. Perché anche con le aree definite, il percorso verso nuovi impianti è lastricato di ostacoli. Il più duro non sta nella burocrazia né nelle procedure autorizzative: sta nei cavi, nelle stazioni di trasformazione, nella capacità di trasporto dell’energia prodotta. Lo aveva detto senza giri di parole Enio Pavone, capogruppo di Azione in Consiglio regionale, motivando l’astensione del suo gruppo già il 22 aprile scorso, quando la delibera passò con voti divisi. «Non possiamo votare a favore di un provvedimento che individua sulla carta le aree idonee per le rinnovabili ma ignora il vero collo di bottiglia: l’assenza di infrastrutture di rete», spiegò Pavone, aggiungendo: «Senza capacità di trasporto dell’energia, rischiamo di offrire alle imprese una scatola vuota».
Il problema non è abruzzese, è nazionale. Il decreto legislativo 190/2024, che ha introdotto l’obbligo per le regioni di individuare le aree idonee entro 120 giorni dalla sua entrata in vigore — 180 per le province autonome — ha dato una cornice giuridica alla pianificazione territoriale delle rinnovabili. Ma quella cornice non si occupa di reti. Le regioni possono mappare ogni metro quadro disponibile, ma se mancano le dorsali elettriche in grado di assorbire e distribuire l’energia, i progetti restano sulla carta. In Abruzzo la situazione è emblematica: il territorio è attraversato da linee ad alta tensione, ma la capacità di connessione è già satura in diverse aree e gli iter di potenziamento di Terna procedono con tempi che vanno ben oltre quelli della pianificazione regionale.
Resta una domanda scomoda: se le reti non ci sono, a cosa servono le aree idonee? La legge abruzzese diventa così una sorta di promessa condizionata: ti autorizzo a installare, ma per connetterti devi aspettare. E nel frattempo il mercato guarda altrove, verso regioni che hanno saputo incrociare la mappatura delle aree con piani di sviluppo dell’infrastruttura elettrica.
Cosa cambia per chi installa (e per l’Abruzzo)
Eppure, la legge regionale è già un fatto. Per gli operatori significa procedure semplificate se i progetti ricadono all’interno delle aree individuate, minore discrezionalità in sede autorizzativa e una certezza giuridica che mancava da tempo. Per l’Abruzzo, la mappa rappresenta un segnale di apertura verso gli investimenti, in un momento in cui la competizione tra regioni per attrarre capitali nelle rinnovabili si sta facendo serrata.
Ma il segnale rischia di restare muto senza un intervento parallelo sull’infrastruttura. Un parco eolico su una miniera dismessa è un bel simbolo, ma senza connessione alla rete resta un soprammobile. La legge abruzzese indica le aree: il vero banco di prova, ora, è far arrivare i cavi. E il silenzio sul limite al suolo agricolo, più che una dimenticanza, suona come un precedente di cui si riparlerà presto.




