La crescita tedesca si scontra con i ritardi infrastrutturali, mentre la Francia investe 260 milioni nei porti e Bruxelles autorizza
Nel primo semestre del 2026 la divisione Offshore Wind di RWE ha registrato un EBITDA adjusted di 810 milioni di euro, contro i 643 milioni dello stesso periodo del 2025. Un incremento del 26 per cento che arriva mentre, lo stesso 27 luglio, un’analisi di Qualenergia segnalava il freno di petrolio e gas sull’economia italiana. Il messaggio è spiazzante: il grande capitale dell’eolico offshore corre più veloce delle economie che dovrebbe servire, e lo fa mentre altrove gli stati faticano a mettere in fila permessi e banchine.
810 milioni di euro, e la stima sale ancora
Il dato tedesco non è un exploit isolato. RWE ha rivisto al rialzo la guidance 2026 per l’EBITDA adjusted dell’offshore wind di 100 milioni, portandola a 1,65-2,15 miliardi di euro. Ancora più netto il ritocco per la guidance 2027 dell’offshore wind: dai precedenti 1,9-2,4 miliardi si passa a 2-2,5 miliardi. Non è una scommessa azzardata: i risultati semestrali, ha comunicato la società, hanno superato le attese di mercato. E la solidità dei numeri si riflette sulla politica di remunerazione: RWE conferma l’obiettivo di dividendo di 1,32 euro per azione per il 2026 e ribadisce l’ambizione di una crescita del 10 per cento annuo fino al 2031. Il mercato premia chi sa produrre contante con il vento, anche quando i tassi d’interesse restano alti.
La prima volta delle Filippine si trasforma in un rinvio
Dall’altro capo del mondo arriva un segnale opposto. Il 4 luglio 2026 il Dipartimento dell’Energia filippino ha sospeso la prima asta eolica offshore delle Filippine, il GEA-5, per ricalibrare il quadro regolatorio. Il 29 luglio è stata pubblicata una nuova tabella di marcia per l’asta che prevede, fino al 2 settembre, una revisione congiunta di porti, permessi ambientali e connessioni di rete da parte di un gruppo di agenzie tra cui PPA, DENR e la società di rete NGCP. L’obiettivo dichiarato è allineare i criteri dell’asta all’effettiva prontezza delle infrastrutture, ai costi portuali e ai potenziali colli di bottiglia della catena di fornitura globale. Le attività d’asta vere e proprie slittano al quarto trimestre del 2026.
La prudenza di Manila ha una ragione precisa: senza banchine adeguate, senza una rete elettrica pronta e senza procedure di autorizzazione chiare, un’asta può gonfiare aspettative che i progetti non riusciranno a trasformare in pale in acqua. È il rischio che la finanza internazionale conosce bene: capitale abbondante che cerca rendimenti green, ma che si scontra con un’offerta di infrastrutture fisiche ancora in ritardo.
La Francia gioca d’anticipo con porti e contratti
All’estremo opposto si muove la Francia. Il 30 luglio Parigi ha annunciato la selezione di cinque porti che riceveranno quasi 260 milioni di euro dal programma France 2030, amministrato da ADEME. I cantieri serviranno ad adattare le banchine per la produzione e l’assemblaggio di turbine galleggianti. Il finanziamento pubblico dovrebbe generare quasi 1 miliardo di euro di investimenti complessivi, con l’obiettivo di installare 6 GW di eolico galleggiante entro il 2040. Il governo ha spiegato che i cinque scali creeranno una rete di hub industriali complementari sulle coste atlantiche, della Manica e del Mediterraneo.
Il passo successivo è l’accensione della domanda. Bruxelles ha autorizzato un regime francese di aiuti da 63 miliardi di euro per sostenere tramite contratti per differenza undici parchi eolici offshore nel Mare del Nord, nell’Atlantico e nel Mediterraneo. Una volta a regime, quegli impianti produrranno fino a 47,8 TWh di elettricità rinnovabile all’anno. Non è solo una cifra di potenza installata, ma un flusso di energia e ricavi che può attrarre operatori come RWE, disponibili a investire solo se le condizioni regolatorie e logistiche sono blindate.
Il contrasto tra la pianificazione francese e l’improvvisazione filippina mostra il vero nodo della transizione offshore: non è un problema di interesse degli investitori — i conti di RWE lo provano — ma di collo di bottiglia fisico.
Le catene di fornitura restano fragili e concentrate in pochi poli. L’appuntamento da osservare ora è il quarto trimestre 2026, quando le Filippine tenteranno il rilancio dell’asta e la Francia inizierà a vedere i primi effetti cantieristici dei 260 milioni stanziati. Se la capacità produttiva non seguirà la velocità del capitale, il rischio di una bolla finanziaria sull’eolico offshore smetterà di essere un’ipotesi per diventare un prezzo da pagare.




