Il Tar Lombardia ha riconosciuto il titolo tacito per l’impianto di Agripower, partecipata da A2A

Duecentocinquanta Sm³/h di biometano: è la capacità dell’impianto che Agripower può finalmente realizzare, come riporta la Staffetta Quotidiana, dopo che nei giorni scorsi il Tar Lombardia ha accolto il suo ricorso, accertando la formazione del titolo abilitativo tacito. Un numero che sembra piccolo, ma che accende una luce su un sistema autorizzativo intasato da oltre 4.000 progetti in attesa e su un meccanismo, quello del silenzio-assenso, che potrebbe sbloccarne molti di più — se solo riuscisse a funzionare con continuità.

Il meccanismo del silenzio-assenso: 250 Sm³/h di biometano sbloccati dopo anni

La vicenda di Agripower non nasce oggi. L’azienda, acquisita da A2A già nel 2020, opera nel settore della produzione di energia da biogas e aveva presentato la richiesta per l’autorizzazione unica per un impianto di biometano. Dopo anni di attesa senza una risposta esplicita, ha fatto ricorso al Tar Lombardia chiedendo di far valere il silenzio-assenso. Il tribunale amministrativo le ha dato ragione: la legge prevede che, decorso un certo termine senza che l’amministrazione si pronunci, il provvedimento richiesto si intenda rilasciato in forma tacita. In questo caso, il titolo abilitativo si è formato senza che l’iter venisse mai formalmente chiuso dagli uffici competenti.

L’impianto, da 250 Sm³/h, è un progetto di taglia contenuta ma con un significato che va oltre i numeri. Il biometano prodotto potrà essere immesso nella rete del gas naturale, contribuendo alla decarbonizzazione dei consumi termici. Dietro l’operazione, oltre ad Agripower, c’è A2A, uno dei principali gruppi multiutility italiani, che con questa acquisizione ha voluto presidiare la filiera del biometano agricolo. Il fatto che una realtà partecipata da un big del settore abbia dovuto attendere anni e poi rivolgersi ai giudici per ottenere il via libera la dice lunga sulle difficoltà che incontrano anche soggetti strutturati.

La sentenza, però, è l’eccezione che conferma la regola. Per ogni ricorso accolto, centinaia di progetti restano bloccati senza che il silenzio-assenso produca effetti reali, a causa di iter frammentati, pareri sovrapposti e prassi amministrative che di fatto ignorano l’istituto del titolo tacito. Una vittoria che illumina il problema, ma che fa emergere quanto sia ancora lontana una soluzione sistemica.

La palude autorizzativa: sette progetti su dieci bloccati dalla burocrazia

Quella di Agripower non è una storia isolata. Lo scorso marzo, Legambiente ha diffuso numeri che misurano l’entità del fermo amministrativo: quasi sette progetti rinnovabili su dieci restano intrappolati nelle maglie delle procedure. Nel dettaglio, su 1.781 impianti in valutazione all’interno delle procedure Via Pnrr-Pniec, ben 1.234 — il 69,3% — sono ancora in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica. Un dato che colpisce perché si riferisce a procedure accelerate, pensate proprio per ridurre i colli di bottiglia. Eppure, la percentuale di progetti fermi non accenna a diminuire.

Il quadro si completa con un altro numero, aggiornato ad aprile: oltre 4.000 impianti rinnovabili sono in attesa di autorizzazione in Italia, secondo quanto riportato da un’indagine di Open. Un backlog che si accumula mese dopo mese, mentre gli obiettivi europei al 2030 si avvicinano. Sul piano tecnico, il silenzio-assenso esiste nell’ordinamento: dovrebbe scattare quando l’amministrazione non risponde entro i termini, ma nella pratica sono ancora pochi i casi in cui i giudici amministrativi lo riconoscono, e spesso serve comunque un ricorso per vederlo applicato. Il risultato è che il gestore di rete o l’ente locale non viene mai costretto a prendere atto del titolo tacito senza una pronuncia esplicita.

Oltre 11 GW all’anno: la strada stretta per installatori e sviluppatori

Non solo biometano. Nei giorni scorsi, il Consiglio di Stato ha accolto l’appello di Edil Quark, annullando il diniego alla realizzazione di un impianto fotovoltaico da 4.767,90 kWp. Un altro caso in cui il ricorso ha permesso di superare lo stallo, questa volta su una potenza quasi venti volte superiore a quella del piccolo impianto a biogas. Ma nello stesso filone, il Consiglio di Stato ha respinto l’appello di Supermoney, confermando la sanzione, a dimostrazione che il silenzio-assenso non è una bacchetta magica e che l’esito dei contenziosi è tutt’altro che scontato.

Questi episodi intermittenti diventano ancora più critici se si guarda al fabbisogno reale. Sempre secondo Legambiente, per centrare gli obiettivi al 2030 l’Italia dovrà installare oltre 11 GW di nuova potenza rinnovabile ogni anno. Un ritmo che richiederebbe procedure rapidissime e un tasso di rigetto vicino allo zero, mentre oggi il sistema autorizzativo produce ritardi che si misurano in anni. I progetti fermi contano decine di gigawatt complessivi, ma il collo di bottiglia non è la capacità di costruire, bensì quella di ottenere un permesso.

Per chi sviluppa impianti fotovoltaici, eolici o a biometano, la lezione dei casi Agripower ed Edil Quark è chiara: il silenzio-assenso può funzionare, ma solo se sostenuto da un ricorso vincente. Questo significa tempi, costi legali e incertezza. Nel frattempo, le utility e i fondi che investono nel settore devono prezzare il rischio regolatorio, con l’effetto di rallentare ulteriormente gli investimenti.

Le sentenze aprono varchi, ma l’Italia non può permettersi che la transizione energetica passi per le aule di giustizia. Il silenzio-assenso è una toppa su un sistema che richiede una riforma radicale: procedure semplificate, termini certi, poteri sostitutivi reali. Altrimenti gli 11 GW annuali resteranno fantascienza.