Il veto militare si aggiunge ai timori antitrust, mentre Cina e Filippine accelerano
Undici parchi eolici con un tratto di penna. Non sono caduti sotto i vincoli della Soprintendenza o per i costi delle materie prime, ma per una ragione più secca: davano fastidio ai radar e ai poligoni di tiro. In Svezia la transizione offshore ha appena incontrato un muro che non è né economico né ambientale, ma militare. E non è un caso isolato.
Il veto scandinavo che spiega un continente
Il governo di Stoccolma ha autorizzato due soli impianti e ha respinto in blocco le undici richieste di autorizzazione per progetti come Bothnia Offshore Lambda North, Eystrasalt Offshore e Sylen. Secondo la documentazione ufficiale, l’impatto sulle capacità di difesa nazionale sarebbe stato inaccettabile: le pale avrebbero interferito con sensori, comunicazioni e aree di esercitazione. Le Forze Armate svedesi hanno concluso che quei parchi ricadevano esattamente dentro le aree di interesse nazionale per la difesa militare, un perimetro che negli ultimi due anni si è allargato a dismisura con il riarmo del fianco baltico e l’ingresso nella NATO.
A peggiorare il quadro è arrivata la decisione di Vattenfall. L’azienda aveva ottenuto il via libera per il parco Vidar, ma l’amministratrice delegata Anna Borg ha fatto sapere che il progetto non andrà avanti, non in queste condizioni di mercato. Un progetto approvato che si spegne per scelta del proponente: non è un paradosso, è il sintomo di un quadro in cui le regole del gioco cambiano più in fretta dei business plan. A novembre 2024 il governo aveva già bocciato altre tredici domande di parco eolico offshore per conflitto con gli interessi della difesa. Il totale fa ventiquattro no in otto mesi.
Bruxelles e il paradosso della concorrenza
Mentre Stoccolma sgombera il mare, a Bruxelles si accende un’altra grana.
La Commissione europea ha messo sotto esame la fusione Saipem-Subsea7, la combinazione che creerebbe un gigante dei servizi sottomarini per l’eolico offshore. L’antitrust europeo teme che l’operazione elimini una concorrenza significativa nel mercato dei servizi SURF, con il risultato di prezzi più alti e meno innovazione per chi deve installare cavi e fondazioni in mare.
La posizione è comprensibile sul piano della concorrenza, ma stride se la si accosta al resto. L’Europa da un lato si preoccupa che i fornitori siano troppi pochi e costosi, dall’altro impedisce ai cantieri di aprire perché disturbano le manovre militari. Il combinato disposto produce un mercato in cui i pochi operatori rimasti si consolidano proprio perché la pipeline di progetti autorizzati si assottiglia, e l’antitrust interviene quando ormai la torta da spartire si è ristretta da sola.
L’altra sponda del mondo
Basta guardare qualche fuso orario più a est per vedere un film diverso. La Cina ha in programma di avviare i lavori per circa 100 GW di parchi eolici offshore nel quinquennio, una cifra che da sola supera l’intera capacità installata in Europa. Non è un auspicio: è un target inserito nella pianificazione statale, con le risorse e la catena di fornitura già mobilitate.
E le Filippine, che non sono esattamente la prima potenza industriale che viene in mente quando si parla di eolico in mare, hanno appena fissato il calendario per l’asta eolica offshore. Manila non ha ancora un singolo aerogeneratore piantato in acqua, ma sta mettendo in fila procedure competitive, zone assegnate e tempi certi. Il paragone con Stoccolma è impietoso: lì si fanno aste, qui si accumulano veti.
Alla fine della giornata la domanda non è se l’eolico offshore serva o meno. È chi lo farà, con quali regole, e se il Vecchio Continente ha ancora intenzione di giocare la partita della manifattura oppure si accontenterà di comprare tecnologia già assemblata altrove. Per ora, l’unica cosa che l’Europa sta costruendo a buona velocità sono le barriere.




