Il mercato dei servizi sottomarini per l’eolico offshore è già un oligopolio di tre grandi operatori
Il 31 luglio 2026 entra in funzione il portale Permitting FER: one‑stop shop digitale per autorizzare, in corsia preferenziale, gli impianti rinnovabili sopra i 300 MW. C’è voluto tempo, ma la macchina dello Stato adesso promette di non fermarsi più. Lo snodo è enorme: eolico offshore, grandi parchi fotovoltaici, interi corridoi di cavi sottomarini dipendono da questa finestra unica.
Meno male, verrebbe da dire. Peccato che mentre Roma sblocca la porta d’ingresso, a valle i cancelli li stia chiudendo qualcun altro.
Il via libera corre, ma il mercato si stringe
Nelle stesse ore in cui il Ministero festeggia la semplificazione, si chiudono operazioni che cambiano il perimetro di chi potrà davvero costruire quegli impianti. Enel arrotonda il portafoglio eolico nazionale con un parco da 84 MW rilevato da un operatore minore. Elia e CPP mettono le mani su l’interconnettore Tarchon, asset strategico per i flussi di elettricità tra Nord e Sud Europa.
E poi c’è la partita che conta più di tutte: la fusione proposta tra Saipem e Subsea7. Un matrimonio industriale che sta facendo suonare tutti i campanelli a Bruxelles.
Due su tre non basta
La Commissione europea ha aperto un’indagine approfondita ai sensi del regolamento UE sulle concentrazioni perché il mercato globale dei servizi SURF – la posa di tubi, ombelicali e strutture sottomarine per l’eolico offshore – è già in partenza un oligopolio. Parole della stessa Commissione: «Saipem e Subsea7 sono due dei tre leader di mercato con pochissime alternative credibili». L’entità combinata deterrebbe quote e capacità senza rivali, in un comparto dove la capacità in eccesso è limitata e le barriere all’ingresso sono proibitive – navi specializzate, capitali immensi, cantieri che non s’inventano in una stagione.
«L’operazione potrebbe portare alla perdita di una concorrenza significativa nel mercato dei servizi SURF, con possibili prezzi più alti e ridotta innovazione».
Non è un avvertimento da esperti di nicchia. È l’allarme ufficiale di Bruxelles che si traduce in una domanda secca: chi paga l’accelerazione green se i fornitori indispensabili diventano due, o poco più?
La bolletta dell’oligopolio
Il cortocircuito è qui.
Da un lato lo Stato si fa imprenditore digitale, battezza un portale unico e accorcia i tempi della burocrazia, provando a dare un senso alle scadenze climatiche. Dall’altro, la catena industriale che deve tradurre quelle autorizzazioni in megawattora reali si concentra attorno a tre soggetti – Enel, Elia, e il polo Saipem‑Subsea7 – che controllano sempre più porzioni della filiera, dalla posa dei cavi alla gestione degli interconnettori fino alla generazione.
La semplificazione amministrativa serve, ma diventa uno specchietto per le allodole se il costo finale dell’energia è deciso da un mercato in cui i fornitori si contano sulle dita di una mano. Le ricadute sui consumatori potrebbero essere il rovescio esatto della promessa: rinnovabili più facili da autorizzare, ma remunerate a prezzi fissati da pochi colossi, con tensioni sui canoni d’asta e sulla componente di servizio.
Il paradosso italiano prende forma: autorizzazioni express per tutti, ma le chiavi del cantiere restano nel taschino di tre. Cosa resta aperto adesso è se Bruxelles bloccherà l’unione Saipem‑Subsea7 e se le regole sulle gare pubbliche sapranno arginare un dominio che la politica, finora, ha preferito non guardare. O se, semplicemente, il prezzo della transizione finirà in bolletta senza che nessuno abbia alzato la voce.




