Il via libera del Mase a un impianto da 599 MWp in Puglia ignora il dissenso unanime degli enti locali
Dieci per cento. È la potenza che il progetto Spinazzola ha dovuto sacrificare in fase di consultazione — quasi 60 MW svaniti tra stralci di lotti e file di pannelli per creare corridoi ecologici, compensazioni territoriali e fasce di rispetto attorno al Ponte 21 Archi. Un ridimensionamento che, sulla carta, avrebbe dovuto addomesticare l’impatto di uno dei più grandi parchi agrivoltaici mai proposti in Italia. Non è stato sufficiente. E il motivo non è tecnico, ma politico-istituzionale.
Il Mase, il 27 luglio 2026, ha rilasciato la Via positiva al progetto record da 599,08 MWp presentato da Solaria. I pannelli sorgeranno in un’area a cavallo tra i comuni di Spinazzola e Minervino Murge, in provincia di BAT, su terreni agricoli dove la radiazione solare è tra le più alte d’Europa. La potenza in gioco è rilevante: 599,08 MWp, cifra da grande centrale termoelettrica, ma distribuita su inseguitori solari con obbligo di attività agricola interfilare.
L’anomalia del sì che cancella ogni no
Il procedimento autorizzativo ha però rivelato una frattura che va ben oltre la singola pratica. Il parere negativo di tutti gli enti territoriali coinvolti — Regione, Comuni, Soprintendenza — non ha avuto effetto ostativo. Persino il Ministero della Cultura, con il parere negativo del MIC per il rischio archeologico alto, è stato aggirato da una VIA che si limita a prescrivere obblighi di scavo preventivo e un progetto paesaggistico da rifare. L’autorizzazione è arrivata lo stesso, poggiando su il parere 987/2026 della Commissione Pnrr-Pniec, organismo snello pensato per abbreviare i tempi delle rinnovabili, non per ignorare il dissenso locale.
La dinamica tecnica è chiara: in fase di concertazione, Solaria ha accettato il taglio complessivo di potenza del 10%, ha ridisegnato le stringhe per liberare varchi faunistici, ha vincolato il 30% della superficie a compensazioni ambientali. Sono le classiche misure che accompagnano le grandi opere energetiche. Ciò che colpisce è che non sono bastate a ottenere un solo parere favorevole dalle istituzioni radicate nel territorio.
Eppure la VIA è arrivata.
La molla dei prezzi e il rischio della democrazia bypassata
Per capire l’urgenza che ha spinto il governo a forzare la mano, basta guardare un dato di mercato. Mentre in Europa i prezzi dell’elettricità scendevano, una recente analisi registrava l’aumento dei prezzi del 5,4% in Italia legato al costo del gas e della CO2. L’equazione è brutale: più rinnovabili a terra significano meno esposizione ai mercati del metano. Il governo agisce come se ogni megawatt installato chiudesse un rubinetto del gas. Ma i numeri dell’agrivoltaico pugliese raccontano anche un’altra storia: quella di un potere centrale che decide in solitaria, usando la transizione energetica come scudo contro le opposizioni locali.
Il progetto record di Solaria a Spinazzola farà scuola, nel bene e nel male. Tecnicamente, è un impianto che sfiora i 600 MWp, con un capacity factor atteso attorno al 20-21% tipico delle installazioni a inseguimento nel Sud Italia. La ricaduta occupazionale e agricola va verificata sul campo: le prescrizioni parlano di “attività agricola dimostrabile”, ma il confine tra obbligo formale e resa agronomica effettiva è ancora tutto da esplorare. Politicamente, il messaggio è netto: quando un progetto rientra nel perimetro Pnrr-Pniec, l’unanimità contraria dei corpi intermedi non conta più. Un precedente che rischia di rendere ogni futuro dibattito territoriale un rito a perdere.




