Oltre 300mila evacuati in Francia e Spagna per gli incendi di luglio 2026
Oltre 300mila persone hanno dovuto lasciare la propria casa in Francia e Spagna nel corso di questo luglio 2026. Non è un dato di conflitto armato, ma il bilancio degli incendi boschivi che stanno divorando la penisola iberica e il sud della Francia in una stagione che, ancora una volta, si sta rivelando fuori scala. Dietro quel numero, che continua a salire, c’è più di un’emergenza meteorologica. C’è il costo di non aver sostituito i combustibili fossili con eolico e solare alla velocità che la scienza del clima imponeva già da anni. E c’è una domanda che a fine luglio 2026 suona sempre meno retorica: perché siamo ancora qui, a scappare dalle fiamme?
300.000 evacuati e un contatore che sale
I grandi roghi di questo mese non sono un fulmine a ciel sereno. L’Europa meridionale convive da anni con estati sempre più secche e ondate di calore che il World Weather Attribution collega direttamente al riscaldamento di origine antropica. Ma la dimensione dell’emergenza attuale – più di 300mila evacuati in due Paesi, un bilancio paragonabile a quello di una piccola guerra – obbliga a guardare i numeri con un altro sguardo. Non si tratta più di gestire una stagione eccezionale: si tratta di capire se il modello energetico su cui poggia il continente è ancora in grado di reggere l’urto di un clima che cambia più in fretta delle decisioni politiche.
Quei 300mila sfollati sono l’effetto immediato. Ma il costo economico, ancora da quantificare, rischia di andare ben oltre i danni materiali: terreni agricoli distrutti, infrastrutture interrotte, turismo azzerato nelle zone colpite. Il tutto mentre i governi continuano a finanziare indirettamente, attraverso sussidi e autorizzazioni, proprio le fonti fossili che alimentano la crisi climatica.
Le mani invisibili sul gas
Se guardiamo a monte, la responsabilità ha nomi precisi. Un rapporto di InfluenceMap ha ricostruito l’attività di lobbying delle principali aziende energetiche europee: dal 2021, 13 delle 15 società analizzate hanno spinto per nuovi investimenti nel gas fossile e hanno fatto pressione per indebolire la legislazione climatica dell’Unione europea. Si parla di colossi come TotalEnergies, Shell, BP, che mentre annunciavano impegni per la transizione energetica, lavoravano sottotraccia per rallentare le norme che avrebbero dovuto ridurre la domanda di petrolio e gas.
Il meccanismo è noto: si promette di investire in rinnovabili, ma nel frattempo si bloccano le regole che avrebbero reso quelle rinnovabili davvero competitive rispetto alle fonti fossili. Così il gas continua a essere centrale nei bilanci energetici nazionali, e la dipendenza da metano e petrolio resta alta. La conseguenza è un’Europa che, nel 2026, si ritrova con un sistema elettrico ancora troppo esposto alle volatilità del gas e con un parco di generazione pulita che cresce, sì, ma non abbastanza in fretta da sostituire i fossili nei tempi che la decarbonizzazione richiederebbe.
«I governi devono opporsi alla disinformazione e al lobbying dei combustibili fossili, e accelerare la generazione rinnovabile per ridurre la domanda di petrolio e gas», scrive Recharge nell’analisi pubblicata il 27 luglio. La frase non è un auspicio generico: è il riconoscimento che senza un intervento diretto sulle leve regolatorie e sui meccanismi di mercato che ancora premiano il fossile, la transizione resterà una promessa da convegni. E ogni estate ci ricorderà, con il contatore degli evacuati, quanto costa rimandare.
Cosa manca per spegnere l’incendio
L’ironia è che l’Europa ha già dimostrato di saper fare passi avanti quando vuole. Nel 2024, secondo WindEurope, sono stati installati 15 GW di nuova capacità eolica, un dato che porta il vento a coprire il 20% della domanda elettrica continentale. È un risultato concreto, il frutto di anni di sviluppo tecnologico e di investimenti. Ma quegli stessi 15 GW, se li si confronta con la curva di installazione che sarebbe necessaria per centrare gli obiettivi climatici europei e ridurre strutturalmente la domanda di gas, non bastano. WindEurope stessa parla di un’urgenza su permitting, reti ed elettrificazione.
Il problema, in altre parole, non è la tecnologia né la disponibilità di capitale: è la velocità con cui i governi decidono di rimuovere gli ostacoli burocratici, di investire nelle reti e di opporsi al lobbying fossile. Senza un’accelerazione, il parco rinnovabile continuerà a crescere troppo lentamente, e ogni ondata di calore si trasformerà in una nuova emergenza. Il 2026 segna un punto di non ritorno: o Bruxelles dà una svolta all’ambizione sulle rinnovabili, oppure il costo lo pagheranno le prossime evacuazioni, con numeri che rischiano di far sembrare i 300mila di oggi solo un assaggio.




