I fondi sono stati indirizzati verso interventi leggeri, senza obblighi di ristrutturazioni profonde

Il 37 per cento dei finanziamenti del Recovery and Resilience Facility doveva servire alla transizione verde. Un obbligo vincolante, scritto nei Piani nazionali di ripresa e resilienza di tutti i Paesi dell’Unione. Eppure, la relazione speciale 20/2026 della Corte dei conti europea, pubblicata lo scorso 21 luglio, racconta una storia molto diversa: nelle case degli europei, quei miliardi sono scivolati via in caldaie nuove, infissi cambiati, cappotti leggeri, senza quasi mai arrivare a toccare la vera fame di energia degli edifici. Il titolo del documento è già un giudizio: “Migliorare l’efficienza energetica dell’edilizia residenziale privata grazie all’RRF — Sostegno finanziario importante, ma basi deboli”.

Il miraggio del 37%

Il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza è entrato in vigore il 19 febbraio 2021. Da quel momento, ogni Stato membro ha dovuto vincolare almeno il 37 per cento del proprio Piano nazionale a misure per il clima e l’energia. Un obiettivo ambizioso, che guardava anche agli edifici residenziali: nel 2023, da soli, hanno rappresentato il 26 per cento del consumo finale di energia nell’Unione. Intervenire sulle case private, insomma, non era una scelta tra le tante. Era la strada maestra per centrare gli obiettivi climatici senza chiedere sacrifici impossibili a famiglie e imprese.

Ma la Corte dei conti ha trovato un cortocircuito. L’RRF non ha mai richiesto né incentivato esplicitamente le ristrutturazioni profonde, quelle in grado di tagliare più del 60 per cento dei consumi energetici di un edificio. Il target climatico del 37 per cento esisteva, eccome, ma senza gambe per camminare: si poteva centrare anche solo cumulando interventi leggeri, spalmati in fretta e con poca verifica dei risultati reali. La cifra è stata raggiunta sulla carta, ma il risparmio energetico effettivo resta tutto da dimostrare.

Ristrutturazioni facili, risparmi difficili

La risposta arriva dai numeri e dalle scelte dei governi, analizzate dagli auditor europei. I fondi del Recovery per la ristrutturazione domestica sono stati indirizzati verso progetti politicamente convenienti e facili da realizzare, non verso quelli con il maggiore potenziale di risparmio energetico. Nikolaos Milionis, membro della Corte responsabile della relazione, lo ha spiegato con parole secche: “I finanziamenti dell’RRF sono stati spesso destinati dove era più facile spenderli, non dove avrebbero fatto la differenza maggiore”.

Il meccanismo è semplice da intuire. Per un governo, erogare bonus per cambiare la caldaia o sostituire le finestre è un’operazione a basso rischio: si finanziano migliaia di micro-interventi in tempi brevi, si raggiungono i volumi di spesa e si comunica un risultato. Le ristrutturazioni profonde, invece, richiedono progettazione, filiere, controlli sulla qualità, e producono effetti misurabili solo dopo anni. Così, i fondi hanno seguito la via della convenienza politica, trascurando progetti più completi che avrebbero potuto ridurre in modo strutturale la bolletta energetica delle famiglie europee.

La Corte non gira intorno al problema: i finanziamenti sono stati diretti principalmente verso progetti di ristrutturazione più facili da attuare, a scapito di interventi più completi e profondi. L’assenza di un obbligo esplicito a puntare sulle ristrutturazioni integrali ha trasformato l’ambizione climatica in una corsa a spendere senza l’assillo del risultato energetico. L’ironia è che il 37 per cento del Recovery, vincolato alla transizione verde, ha prodotto un diluvio di piccoli interventi che rischiano di non spostare l’ago della bilancia verso gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Unione.

Chi paga il conto (due volte)

La Corte avverte: senza correzioni, la prossima tranche di fondi andrà sprecata come la prima. Senza un migliore targeting degli investimenti, un focus più forte sui risultati e un monitoraggio più efficace, la spesa futura potrebbe non raggiungere gli obiettivi energetici e climatici dell’UE. Il messaggio è rivolto ai governi e alla Commissione, ma a pagare saranno i cittadini: prima con le bollette che restano alte perché le case disperdono ancora troppa energia, poi con le tasse che finanziano fondi mal spesi.

La transizione energetica dell’edilizia residenziale non è una questione di percentuali sulla carta. È il conto del gas che arriva ogni mese e la muffa sul muro della camera dei bambini. La relazione della Corte mette in chiaro che senza indicatori di risultato veri — non solo volume di spesa erogata — sarà difficile evitare che la seconda parte del Recovery ripeta gli stessi errori. Il documento è disponibile sul sito della Corte dei conti europea, ma la domanda resta aperta: chi controllerà che questa volta i soldi vadano davvero dove serve?

La transizione energetica non si fa con i bonus facili. Senza una svolta, saranno i cittadini a pagare il conto più salato: in bolletta e con le tasse per fondi mal spesi.