144 GW di progetti fermi in autorizzazione, oltre tre quarti del potenziale bloccato dalla burocrazia
Non è una relazione causale diretta, naturalmente. Il commercio estero dipende da fattori complessi — domanda globale, tassi di cambio, specializzazione produttiva. Eppure, in un paese che importa gran parte dell’energia che consuma e sconta un prezzo dell’elettricità strutturalmente più alto di molti partner europei, ignorare il nesso tra competitività e transizione energetica sarebbe un errore. Ed è qui che i numeri iniziano a disegnare un quadro preoccupante.
Il blocco delle rinnovabili: 144 GW in attesa
Che cosa frena il potenziale? Basta osservare la distanza tra le ambizioni dichiarate e la realtà delle autorizzazioni. Secondo l’Osservatorio Regions2030 di Public Affairs Advisors ed Elemens, dal 2020 sono fermi in autorizzazione in Italia progetti rinnovabili per 144 GW di potenza. Negli ultimi sei anni, complessivamente, le richieste presentate hanno raggiunto i 186 GW: 119 GW di solare e 67 GW di eolico. Solo 42 GW hanno superato lo scoglio autorizzativo. Significa che oltre tre quarti della capacità proposta resta intrappolata nella rete burocratica.
Il caso delle Marche è emblematico. Nella regione non ci sono state autorizzazioni eoliche dal 2020. Zero. E l’obiettivo fissato dal burden sharing — installare 2,3 GW di nuova potenza da fonti rinnovabili entro il 2030 — resta lontano. Il fotovoltaico traina, ma non basta a colmare il vuoto lasciato da un eolico che semplicemente non decolla. Non per mancanza di progetti, ma perché il meccanismo autorizzativo si è inceppato.
Le Marche non sono un’eccezione. L’osservatorio Regions2030 le colloca tra le sette regioni italiane a concreto rischio di mancare l’obiettivo vincolante di energia rinnovabile, con un deficit stimato del 37% al 2030. Un divario che, proiettato su scala nazionale, restituisce l’immagine di un paese a più velocità: regioni che corrono, regioni che arrancano, e un quadro normativo che non riesce a imprimere l’accelerazione necessaria.
Qui sta il paradosso. L’Italia ha bisogno di nuova capacità rinnovabile per abbassare il costo dell’energia, ridurre la dipendenza dalle importazioni e centrare gli impegni europei. Ma il sistema che dovrebbe abilitare questa transizione funziona al rallentatore. E ogni gigawatt che non entra in esercizio è energia che continuiamo a pagare più cara, con effetti che si propagano lungo tutta la catena del valore industriale.
Corsa contro il tempo: 1.638 giorni per il 2030
Il conto alla rovescia è già partito. All’inizio di luglio mancavano 1.638 giorni al 31 dicembre 2030. Per centrare l’obiettivo, l’Italia deve installare 52.217 MW di capacità rinnovabile, pari a circa 11.380 MW all’anno. Un ritmo che non ha precedenti nella storia energetica del paese e che richiederebbe procedure autorizzative snelle, tempi certi e una regia centrale capace di superare i veti locali.
Basta guardare la Puglia per capire quanto la realtà sia distante da questo scenario. La regione, con 3.500 MW di potenza eolica installata al 2025, è tra le più avanzate nella generazione da fonte rinnovabile. Eppure, come ha spiegato Simone Togni, presidente di Anev, i tempi medi di concessione delle autorizzazioni per l’eolico raggiungono comunque i cinque anni. Cinque anni per un impianto in una regione che dovrebbe essere un modello di efficienza autorizzativa.
Il paragone con i numeri nazionali è impietoso. Se in Puglia, dove esiste una filiera consolidata e una certa familiarità con gli impianti, servono cinque anni per autorizzare una pala eolica, cosa possiamo aspettarci dalle regioni che partono da zero o quasi? Le Marche, con il loro deserto autorizzativo eolico che dura dal 2020, sono la risposta.
La forbice tra ciò che serve e ciò che il sistema è in grado di concedere si allarga. E ogni giorno che passa rosicchia il margine per recuperare. Non è una questione di volontà politica dichiarata — quella, nei documenti programmatici, non manca mai. È una questione di esecuzione: il passaggio dalla strategia alla pratica, che in Italia continua a inciampare su Conferenze dei servizi, pareri sovrapposti, enti locali sotto pressione e una classe politica che spesso preferisce non decidere piuttosto che assumersi il costo di un’autorizzazione.
La domanda, a questo punto, non è se l’Italia voglia la transizione energetica. La domanda è se sarà capace di realizzarla nei tempi. Il countdown è iniziato da un pezzo, e non aspetta nessuno.




