L’agricoltura intensiva genera il 93% dell’ammoniaca, ma i sussidi restano intoccabili
Nel 2025 il mondo ha installato 647 gigawatt di nuovi pannelli solari e 167 GW di pale eoliche. Un anno prima, l’Unione europea aveva messo a terra 65,6 gigawatt di capacità fotovoltaica aggiuntiva. I numeri sono imponenti, e per una volta la politica può rivendicarli: le fonti pulite hanno coperto oltre un terzo della generazione elettrica globale e, secondo le stime, basterebbero fotovoltaico, eolico e pompe di calore per tagliare un quarto della domanda europea di gas entro il 2030.
Il racconto della transizione funziona. Funziona talmente bene che rischia di diventare uno schermo su cui proiettare solo la parte riuscita, lasciando in ombra quella dove i target restano scritti sulla sabbia.
La polvere sottile che nessuno vuole vedere
Mentre i megawatt correvano, l’Europa si è fermata a fare i conti con un altro tipo di emissioni. Il rapporto sullo stato della direttiva NEC del 2023, che misura i progressi sugli impegni nazionali di riduzione, disegna un quadro spaccato in due: tredici Stati membri sono in regola con tutti e cinque gli inquinanti monitorati, altri tredici hanno mancato almeno un obiettivo. La linea di frattura ha un nome chimico preciso: ammoniaca.
Il settore agricolo da solo genera il 93 per cento delle emissioni di ammoniaca dell’Unione. Una quota che rende quasi irrilevante qualunque altra fonte. Eppure, mentre i camini delle centrali venivano spenti o convertiti, i numeri dell’NH₃ sono rimasti lì, appesi a una linea quasi piatta: dal 2005 il calo è stato trascurabile e in alcuni paesi le emissioni sono addirittura aumentate. La riduzione dell’ammoniaca procede più lentamente di qualunque altro inquinante monitorato dalla direttiva.
La conseguenza è scolpita nei dati: dieci Stati membri dovranno ridurre le emissioni di NH₃ fino al dieci per cento in più rispetto ai livelli del 2021 per restare dentro gli impegni del decennio 2020-2029.
Non un obiettivo ambizioso per il 2050: un impegno già in corso, già vincolante, già fuori portata.
I sussidi che finanziano l’aria avvelenata
Se la traiettoria dell’ammoniaca non si piega, non è per mancanza di tecnologie. È perché toccare l’origine del problema significa toccare il sistema di sussidi che tiene in piedi certa agricoltura intensiva. E qui la politica ambientale incontra un muro di gomma che ha un prezzo preciso.
A fine 2025, la stragrande maggioranza dei paesi ha mancato la scadenza per mappare i sussidi dannosi per la biodiversità fissata dal Global Biodiversity Framework. L’analisi di Carbon Brief è chirurgica: 32 nazioni spendono circa 270 miliardi di dollari l’anno in incentivi che danneggiano la natura. Eva Zabey di Business for Nature chiarisce che si tratta solo della «punta dell’iceberg» e che la cifra reale potrebbe superare 1,8 trilioni di dollari su scala globale. Il meccanismo è tanto semplice quanto protetto: non esiste una definizione condivisa di sussidio dannoso per la biodiversità, quindi ogni governo può riempire il vuoto con la propria convenienza.
C’è un passaggio del rapporto OCSE, ripreso dall’analisi, che lega i due mondi: il cambiamento climatico è uno dei cinque driver principali della perdita di biodiversità, perciò i sussidi che gonfiano le emissioni di gas serra colpiscono indirettamente anche gli ecosistemi. Tradotto: ogni euro che finanzia pratiche agricole ad alta intensità di ammoniaca è un euro che spinge contemporaneamente sulla crisi climatica e su quella della biodiversità, mentre la politica festeggia i pannelli solari appena allacciati alla rete.
Il costo di non decidere
Il target di riforma o eliminazione di almeno 500 miliardi di dollari di sussidi dannosi entro il 2030 era scritto nello stesso quadro globale sulla biodiversità. È un impegno che oggi appare lontano quanto quello sulla riduzione dell’ammoniaca. Mentre l’Europa si prepara a rivendicare nuovi primati nelle installazioni rinnovabili, l’aria che respirano i cittadini europei resta appesantita da un inquinante che deriva quasi per intero da un settore politicamente blindato.
Chi perde, intanto, non ha bisogno di leggere i report NEC per accorgersene.




