L’indagine Ue valuterà se la garanzia pubblica sui prezzi distorce il mercato elettrico

Tra 90 e 120 euro a megawattora. È la forchetta entro cui la Francia vuole blindare il prezzo dell’elettricità prodotta dai suoi sei futuri reattori EPR2. Un prezzo obiettivo iniziale per il contratto per differenza che Parigi ha messo nero su bianco nella notifica alla Commissione europea, insieme a una cifra che da sola racconta la scala dell’operazione: 73 miliardi di euro di costo di costruzione stimato, espresso in valori 2020. La Commissione non ha impiegato molto a reagire: lo scorso 31 marzo ha aperto un’indagine formale sugli aiuti di Stato, la più grande mai avviata per un progetto nucleare.

Il prezzo della promessa

I numeri del piano francese sono imponenti e vanno letti con attenzione. Si parla di sei nuovi reattori per una capacità complessiva di 9.990 MW. Il prezzo garantito dal contratto per differenza — il meccanismo che assicura al produttore un ricavo fisso, con conguagli pagati dallo Stato se i prezzi di mercato scendono sotto la soglia — oscilla appunto tra 90 e 120 €/MWh, in valori 2024. È un intervallo ampio, che tradisce l’incertezza sui costi reali di un’infrastruttura che deve ancora essere costruita.

Quei 73 miliardi di stima sono un punto di partenza, non di arrivo. La storia recente dei reattori EPR — Flamanville 3 in Francia, Olkiluoto 3 in Finlandia — insegna che i preventivi iniziali sono quasi sempre bersagli mobili, soggetti a slittamenti e revisioni al rialzo. EDF, il colosso energetico francese che realizzerà il progetto, si muove su un terreno dove l’ingegneria nucleare incontra la finanza pubblica, e l’attrito è noto. Nel 2024, secondo i dati di RTE, la produzione nucleare francese ha toccato 361,7 TWh, il 67,1% del totale nazionale. Un’eredità che pesa e che Parigi vuole consolidare con una nuova generazione di impianti.

Ma proprio quel prezzo garantito è il punto su cui Bruxelles ha deciso di accendere un faro. La domanda è semplice nella formulazione e complessa nella risposta: 90-120 €/MWh rappresentano una remunerazione di mercato o una distorsione della concorrenza? L’indagine formale servirà a stabilirlo, e non sarà una verifica rapida.

L’ombra di Bruxelles

Quando la Commissione europea ha notificato a Parigi l’apertura della procedura ex articolo 108, paragrafo 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione, lo scorso 31 marzo, ha messo in moto un meccanismo che va ben oltre il caso specifico. L’indagine annunciata da Bruxelles verte sulla compatibilità del sostegno francese a EDF con le regole di concorrenza europee. Non è un passaggio burocratico: è il cuore politico della questione energetica continentale.

La posta in gioco è duplice. Da un lato c’è la legittimità di un meccanismo di garanzia dei prezzi che, se ritenuto troppo generoso, rischia di falsare il mercato elettrico europeo. Dall’altro c’è il precedente che questa decisione creerà. Il caso francese è già indicato come il più grande dossier di aiuti di Stato nucleari mai esaminato dalla Commissione. La decisione finale non riguarderà solo i sei EPR2 francesi, ma traccerà il perimetro entro cui tutti gli Stati membri potranno — o non potranno — sostenere i propri programmi nucleari.

La Francia ricava circa il 70% della sua elettricità dal nucleare, una quota che la rende un unicum in Europa e che spiega l’investimento politico di Parigi su questo dossier. Già nel febbraio 2022 il presidente Macron aveva annunciato la costruzione di sei nuovi reattori EPR2, con l’opzione di valutarne altri otto. L’architettura del piano era chiara fin dall’inizio: blindare la produzione nucleare come spina dorsale del sistema elettrico nazionale per i decenni a venire. Ma tra l’annuncio presidenziale e il via libera della Commissione si è aperto uno spazio che ora va colmato con negoziati, dati e concessioni.

La tensione è palpabile. Se il CfD venisse approvato senza correttivi sostanziali, il segnale per i mercati sarebbe inequivocabile: il nucleare può contare su una rete di sicurezza pubblica che lo rende competitivo a prescindere dai costi effettivi di costruzione. Se invece Bruxelles imponesse condizioni restrittive — un price cap più basso, un meccanismo di recupero degli extraprofitti, o limiti temporali stringenti — la sostenibilità finanziaria del progetto EPR2 ne uscirebbe ridimensionata.

Il club dell’atomo

E mentre la Commissione frena, quattordici Stati membri dell’Alleanza Nucleare hanno fatto sentire la loro voce. Nel marzo scorso hanno chiesto esplicitamente a Bruxelles di accelerare le procedure di notifica degli aiuti di Stato per i progetti nucleari. Non è una presa di posizione simbolica: è un tentativo di spostare l’ago della bilancia in una fase in cui la Commissione è chiamata a decidere su un caso che farà giurisprudenza.

La coincidenza temporale non è passata inosservata: mentre l’Alleanza chiedeva semplificazioni e velocità, la Commissione apriva l’indagine formale più corposa mai vista sul nucleare. Due spinte opposte che si sono incontrate nello stesso mese, producendo un attrito politico inedito. Da una parte c’è la realpolitik energetica di chi considera il nucleare indispensabile per la decarbonizzazione e la sicurezza degli approvvigionamenti. Dall’altra c’è il presidio rigoroso delle regole di concorrenza, che impone di verificare che ogni euro di denaro pubblico speso non crei vantaggi indebiti.

La partita è aperta e il calendario non è ancora scritto. L’indagine formale può durare mesi, durante i quali Parigi dovrà fornire alla Commissione tutti gli elementi per dimostrare che il prezzo garantito è proporzionato e non distorsivo. Per chi progetta, finanzia o gestisce impianti di generazione, il segnale è netto: la contrattazione a Bruxelles definirà il vero prezzo dell’energia nucleare per i prossimi decenni. Un trade-off che va ben oltre la chimica del reattore, e che chiama in causa equilibri politici, scelte industriali e il disegno stesso del mercato elettrico europeo.