La Francia riduce l’obiettivo da 6,5 a 4,5 GW ma conferma 9 miliardi di finanziamenti
Un elettrolizzatore da 5 MW sembra un giocattolo rispetto ai gigawatt promessi nei piani industriali delle grandi potenze. Eppure è proprio il progetto più piccolo tra i vincitori della prima ondata francese a raccontare la vera sfida dell’idrogeno: portare la molecola sul terreno, dove serve, in un impianto siderurgico reale, con un cliente reale. La scorsa settimana, Maud Bregeon, ministra delegata all’Energia, e Sébastien Martin, ministro delegato all’Industria, hanno annunciato i tre laureati della prima ondata del bando per la produzione di idrogeno decarbonizzato via elettrolisi. I numeri, a prima vista, sembrano scritti in una lingua diversa da quella dei titoli sull’idrogeno a cui ci siamo abituati negli ultimi anni.
I tre progetti selezionati consentiranno il dispiegamento di 161,4 MW di capacità di elettrolisi complessiva. Per mettere a fuoco la scala: 161 MW sono meno del 4% dell’obiettivo nazionale rivisto di 4,5 GW al 2030, e un decimo abbondante del traguardo intermedio di 1 GW che il governo francese si è dato. Eppure, a questa capacità tutto sommato modesta corrisponde un sostegno pubblico di 778 milioni di euro su quindici anni. Settecentosettantotto milioni per 161 MW significa, in media, circa 4,8 milioni di euro per ogni megawatt installato. È un rapporto generoso, che riflette la natura stessa del meccanismo: non un contributo in conto capitale una tantum, ma un flusso di premi fissi pagati su un orizzonte quindicinale, pensato per colmare la differenza tra il costo dell’idrogeno prodotto da elettricità pulita e quello delle alternative fossili. Un abbonamento alla competitività, più che un assegno una tantum. La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché partire con numeri così contenuti?
La strategia cambia rotta: da 6,5 a 4,5 GW
I 161,4 MW annunciati non sono che la punta visibile di un iceberg che si è già sciolto, almeno nelle ambizioni dichiarate. La Stratégie nationale hydrogène, lanciata nel 2020, ha subito una revisione profonda ad aprile 2025. La nuova versione della strategia ha preso atto delle evoluzioni strutturali intervenute in cinque anni su una filiera cruciale per la riduzione delle emissioni di industrie pesanti e trasporti fortemente emissivi, e ha operato un taglio netto. L’obiettivo di capacità di elettrolizzatori per idrogeno a basse emissioni di carbonio al 2030 è stato ridotto da 6,5 a 4,5 GW, secondo quanto riportato dal database HyResource del CSIRO australiano. Una limatura di 2 GW, il 31% in meno rispetto alla traiettoria precedente.
La motivazione non è un ripensamento sull’idrogeno in sé, ma una presa d’atto della distanza tra i piani e la realtà industriale. La Francia ha comunque confermato un pacchetto di finanziamenti da 9 miliardi di euro da impegnare entro la fine del decennio. Il messaggio è: meno gigawatt sulla carta, ma soldi veri per progetti che devono camminare. A marzo 2026, la Commissione europea ha approvato il regime di aiuti di Stato francese che sostiene fino a 1 GW di capacità di elettrolisi, autorizzando il meccanismo dei premi fissi quindicinali. Una luce verde arrivata dopo mesi di negoziazione, che ha permesso di sbloccare la prima ondata di selezioni. Il bando, va notato, supporta progetti alimentati sia da fonti nucleari che rinnovabili — una precisazione tutt’altro che banale, che distingue la Francia da altri Paesi dove l’idrogeno è vincolato esclusivamente all’addizionalità delle rinnovabili. Con un obiettivo ridotto ma un finanziamento confermato di 9 miliardi, la domanda ora è: basteranno questi soldi per far decollare una filiera competitiva?
Chi vince subito: acciaio, metanolo e (forse) fertilizzanti
Dietro i numeri e le revisioni strategiche ci sono settori che non possono aspettare: l’acciaio e la chimica hanno bisogno di idrogeno ora. I tre progetti selezionati disegnano una mappa precisa delle priorità industriali francesi. Il più piccolo, Hydrozère, è portato da Engie Solutions H2 e conta su 5 MW di capacità: fornirà idrogeno all’impianto locale di ArcelorMittal a Saint-Chély-d’Apcher per la combustione nei processi metallurgici. È la decarbonizzazione locale, applicata a un sito esistente, con un cliente siderurgico che ha già un uso immediato per la molecola. Non si costruisce una nuova domanda: si sostituisce un vettore fossile con uno decarbonizzato in un processo che già consuma idrogeno.
Il secondo progetto, eM-Rhône, è portato da Elyse Energy e ha ottenuto sussidi per 61,1 MW dei 240 MW complessivi previsti per il suo impianto di e-metanolo a Les Roches-Roussillon. La destinazione è la chimica: metanolo decarbonizzato per usi industriali, con una vocazione che punta anche al trasporto marittimo, dove il metanolo verde è visto come uno dei combustibili alternativi più promettenti. Il terzo vincitore, non dettagliato nella stessa misura ma citato dai ministri, coinvolge il settore dei fertilizzanti. Il ministro delegato all’Industria Sébastien Martin ha dichiarato che sostenere progetti nei settori chimico, metallurgico e della produzione di fertilizzanti significa favorire l’emergere di nuove catene del valore industriali basate sull’idrogeno decarbonizzato. Resta da vedere se il metanolo verde di Elyse Energy riuscirà a competere con i prezzi del gas, mentre per i fertilizzanti la partita è appena cominciata.
Nei prossimi mesi, il vero numero da tenere d’occhio non sono i gigawatt ma il costo dell’idrogeno prodotto con nucleare ed elettrolisi: se non diventa competitivo prima del 2030, la Francia rischia di aver pagato caro un alibi decarbonizzato.




