Il dividendo straordinario da 5 corone per azione rivela profitti fossili ancora dominanti

Mentre il consiglio di amministrazione di Aker Solutions proponeva un dividendo straordinario di 5 corone norvegesi per azione, la stessa azienda si aggiudicava un contratto FEED per un terminale di cattura della CO₂ in Lituania e firmava un memorandum d’intesa con Rolls-Royce SMR per sviluppare progetti con piccoli reattori modulari. Due notizie che, lette in sequenza, disegnano il ritratto perfetto di un gigante dell’oil&gas che vuole apparire protagonista della transizione energetica senza rinunciare a un centesimo dei profitti generati dal fossile. La domanda che resta sospesa è se si tratti di una strategia credibile o di un doppio gioco sempre più difficile da nascondere.

I numeri raccontano una storia che gli annunci istituzionali provano a tingere di verde. Secondo quanto riportato dalla stessa Aker Solutions, il dividendo ordinario proposto ammonta a 3,60 corone norvegesi, mentre quello straordinario raggiunge le 5 corone. Sommati, fanno 8,60 corone per azione che tornano direttamente nelle tasche degli azionisti. È un segnale inequivocabile: il business tradizionale legato agli idrocarburi continua a generare liquidità abbondante, talmente abbondante da potersi permettere di restituirne una parte significativa a chi detiene quote dell’azienda. Non stiamo parlando di una startup che reinveste ogni euro in ricerca e sviluppo: parliamo di un colosso che ha così tanto margine da distribuire dividendi extra. E quel margine arriva in larghissima parte dal petrolio e dal gas.
Ma se si scava nei numeri, il quadro è meno rassicurante.

Il green pesa come una piuma nei bilanci

Per misurare la sincerità della transizione, basta seguire il denaro. Prendiamo i contratti verdi che Aker Solutions ha incassato nei mesi scorsi. C’è il progetto di trasporto e stoccaggio di CO₂ in Canada, per il quale Entr ha ricevuto 1,2 milioni di dollari lo scorso 9 giugno. C’è il terminale CO₂ in Lituania, il cui contratto FEED è stato vinto lo scorso 19 marzo. E c’è, appunto, il memorandum con Rolls-Royce SMR, firmato ad aprile. Sono commesse reali, nessuno lo nega. Ma se le confrontiamo con la scala del business tradizionale di Aker Solutions, pesano come una piuma. Un milione e duecentomila dollari, nel bilancio di un’azienda che può permettersi di proporre un dividendo straordinario di 5 corone per azione, è un decimale. È l’equivalente di uno yacht che issa una vela solare grande come un fazzoletto e pretende di essere diventato ecologico.

Nel frattempo, i costi operativi scendono e i margini migliorano. I costi di costruzione sono diminuiti del 6-8%, quelli di ingegneria del 10%. Riduzioni che, in un settore ad alta intensità di capitale come questo, si traducono direttamente in profitti più robusti. Profitti che non vengono dirottati in massa verso le tecnologie pulite, ma in buona parte verso la remunerazione degli azionisti. Il mercato premia l’efficienza, e Aker Solutions non fa eccezione: ma l’efficienza senza una corrispondente accelerazione degli investimenti verdi non produce transizione, produce rendita.

E non è sola. Il panorama competitivo mostra che tutti i grandi delle tecnologie per giacimenti petroliferi stanno facendo lo stesso gioco. SLB, Baker Hughes e Halliburton hanno tutte divisioni New Energy dedicate a geotermia, idrogeno, cattura e stoccaggio del carbonio e cattura diretta dall’aria. Esistono, operano, producono comunicati stampa. Ma il loro peso relativo rispetto al core business fossile resta minuscolo. La domanda è se queste divisioni siano laboratori di un futuro prossimo o vetrine per tacitare regolatori e opinione pubblica mentre il grosso dei ricavi continua a venire da trivellazioni e infrastrutture per idrocarburi. E allora chi sta guadagnando veramente da questa lenta trasformazione?

Transizione o diversivo? La domanda che resta

La consulenza green di Aker Solutions è stata lanciata già nel 2021. Sono passati cinque anni, e il percorso intrapreso dimostra che il settore si sta muovendo. Ma la velocità è quella del fossile: un passo avanti sulle rinnovabili, due passi indietro con i dividendi straordinari finanziati dalle rendite petrolifere. Se i campioni dell’oil&gas non accelerano, chi pagherà il conto della transizione? Le imprese e le famiglie, attraverso bollette più care, mentre gli azionisti incassano? E quanto tempo resta prima che la politica imponga una virata che il mercato, da solo, non farà mai? Non sono domande retoriche. Sono il nodo che nessun comunicato stampa potrà sciogliere.