Il divario da colmare è di 5,3 miliardi di metri cubi entro il 2030

L’Italia ha prodotto circa 0,4 miliardi di metri cubi di biometano nel 2024, secondo i dati raccolti da PwC. Per il 2030, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) fissa un traguardo di. Il divario è di 5,3 miliardi di metri cubi: per colmarlo, la produzione dovrebbe moltiplicarsi per oltre quattordici volte in sette anni. È dentro questo cratere che si inseriscono operazioni come quella annunciata da Zenith Energy lo scorso 20 luglio: un accordo vincolante per acquisire il 100% del capitale sociale di una società italiana di sviluppo biogas, al prezzo massimo di 1,6 milioni di euro.

La corsa al biometano: ambizioni e realtà

Il progetto al centro dell’accordo Zenith è già autorizzato e ingegnerizzato. Una volta operativo, produrrà circa 3 milioni di metri cubi di metano all’anno, immessi direttamente nella rete gas italiana e venduti ai prezzi di mercato, con il sostegno di incentivi governativi della durata di quindici anni. L’impianto si baserà su un contratto di fornitura a lungo termine con un’autorità regionale italiana, alimentato per metà da rifiuti urbani e per metà da scarti agroindustriali: un elemento che riduce in modo significativo quello che viene considerato il principale rischio operativo dei progetti biogas, cioè la disponibilità costante della materia prima.

I numeri assoluti restano modesti. Tre milioni di metri cubi l’anno sono una frazione quasi invisibile rispetto ai 5,3 miliardi di metri cubi aggiuntivi che servirebbero per raggiungere l’obiettivo PNIEC. L’Italia, d’altra parte, è già uno dei mercati europei più estesi per il biogas, con circa 2.400 impianti attivi e una capacità installata combinata di 1,5 GW, concentrati soprattutto al Nord. Ma la produzione di biometano – la frazione raffinata e immessa in rete – è ancora lontanissima dalla scala necessaria. Che cosa rende allora interessante un progetto da 3 milioni di metri cubi l’anno, quando il fabbisogno aggiuntivo è mille volte più grande?

Incentivi: la molla che attrae i capitali

La risposta sta in un meccanismo di sostegno pubblico che rende prevedibile il rendimento anche per impianti di taglia contenuta. Secondo quanto stabilito dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, fino al 40% dei costi di investimento ammissibili sono coperti da sovvenzioni anticipate e una tariffa feed-in di quindici anni garantisce un flusso di ricavi stabile per tutto il biometano immesso in rete. A febbraio 2026 si è aggiunto un sistema di finanziamento statale da 2,2 miliardi di euro, pensato proprio per sostenere la corsa verso i 5,7 miliardi di metri cubi del 2030.

In questo quadro, un investimento come quello di Zenith diventa comprensibile. La controllata Canoel Italia, del resto, produce e vende gas naturale nella rete Snam Rete dal 2013: Zenith può quindi sfruttare competenze interne e relazioni commerciali consolidate. Il prezzo d’ingresso contenuto – 1,6 milioni di euro al massimo – è bilanciato dalla sicurezza della fornitura e da un quadro regolatorio che, almeno per i prossimi quindici anni, mette al riparo da oscillazioni eccessive dei prezzi del gas. In altre parole, il progetto non promette margini spettacolari, ma offre una redditività sufficientemente protetta da attrarre capitali che cercano esposizione alla transizione energetica senza esposizione al rischio puro di mercato.

Un mercato frammentato in cerca di consolidamento

Ciò che rende questa operazione degna di nota, al di là delle dimensioni, è il tessuto su cui si innesta. Secondo un’analisi di PwC Italy, i primi venti operatori italiani per capacità produttiva prospettica detengono poco più del 30% del mercato. Il resto è in mano a una miriade di operatori piccoli, spesso con uno o due impianti. Zenith, con Canoel Italia, fa già parte di questo panorama, ma l’acquisto di un singolo progetto autorizzato – per di più con un contratto di fornitura regionale blindato – segnala che la fase dell’accumulazione sta accelerando. Non è ancora consolidamento, ma è il tipo di mossa che, ripetuta nel tempo, può cambiare la struttura del settore.

Il 2030 non è lontanissimo e il traguardo di 5,7 miliardi di metri cubi resta, al momento, un’asticella altissima. La vera notizia, allora, non riguarda tanto l’acquisizione di Zenith in sé. Riguarda il segnale che arriva da un mercato in cui gli incentivi pubblici stanno cominciando a fare da calamita per capitali pazienti, mentre la pressione degli obiettivi climatici spinge verso un’unica direzione: crescere, e farlo in fretta. Tenere d’occhio il rapporto tra nuovi ingressi e fusioni sarà il modo migliore per capire se, e quando, l’Italia comincerà davvero a colmare il suo gigantesco gap del biometano.