Il fondo da 795,5 milioni ha esaurito le risorse, lasciando scoperte 15.456 richieste per 1,33 GW di potenza
Lo scorso 3 luglio il GSE ha pubblicato il quinto atto di concessione per la misura PNRR CACER: 29.800 soggetti hanno ricevuto contributi per 768,3 milioni di euro. Un numero che, letto da solo, sembrerebbe un traguardo. Ma basta allargare lo sguardo per vedere cosa resta fuori: 15.456 domande inevase, 1,33 GW di capacità rinnovabile che restano sulla carta, 572,8 milioni di euro di contributi richiesti e mai erogati. Quasi un terzo dei progetti presentati è rimasto al palo. I numeri dell’ultimo atto raccontano una macchina che arranca, nonostante l’accelerazione imposta dal decreto-legge 19 del febbraio scorso.
L’ultima tranche: conti fatti, restano fuori 15mila progetti
Il quinto atto — pubblicato in attuazione dell’Articolo 27 del decreto-legge 19 febbraio 2026 — contiene l’elenco dei beneficiari per i quali si sono concluse con esito positivo le verifiche e i controlli previsti dalla normativa. In totale, sommando i cinque atti, siamo a circa 29.800 soggetti finanziati per 768,3 milioni di euro. La cifra si avvicina ormai al tetto della dotazione: il programma di sovvenzione, istituito con un finanziamento complessivo di 795,5 milioni di euro, ha quasi esaurito la propria capacità.
Ma il dato più significativo non è quello che è stato erogato, bensì quello che non lo sarà. Stando ai numeri del GSE, ripresi anche da un’analisi pubblicata da pv magazine il 21 luglio, le domande presentate tra il 24 e il 30 novembre 2025 — l’ultima settimana di apertura dello sportello — sono 15.456 e restano interamente scoperte. Portano con sé richieste di contributo per 572,8 milioni di euro e una capacità di impianti pari a circa 1,33 GW. Sono progetti che avevano superato la fase di ammissibilità, ma per i quali il fondo è arrivato a secco.
Alla chiusura dello sportello, il 30 novembre 2025, il GSE aveva ricevuto in tutto 48.750 domande, per una richiesta complessiva di 1,456 miliardi di euro e una potenza di impianti di 3.343,8 MW. Con i 768,3 milioni già assegnati, restano fuori quasi 688 milioni di richieste: più di quanto l’intero programma potesse offrire fin dall’inizio. L’ingorgo non è un incidente di percorso, ma una conseguenza strutturale di un fondo sottodimensionato rispetto alla domanda reale.
Dal sogno europeo all’imbuto italiano: una storia di numeri
Per capire come si è arrivati a questo punto bisogna tornare indietro di quasi tre anni. Il 22 novembre 2023 la Commissione europea aveva approvato un regime di aiuti di Stato italiano da 5,7 miliardi di euro per sostenere la produzione e l’autoconsumo di energia elettrica rinnovabile, in parte finanziato attraverso il dispositivo per la ripresa e la resilienza. Quel numero — 5,7 miliardi — era il perimetro entro cui l’Italia avrebbe potuto muoversi per spingere le comunità energetiche. Ma tra il quadro comunitario e la traduzione in decreti attuativi, la cifra si è via via ristretta.
Quando il programma ha preso forma concreta, con il decreto-legge 19 del 19 febbraio 2026 e la successiva istituzione del fondo presso il GSE, la dotazione effettiva si è attestata a 795,5 milioni di euro. Meno di un settimo di quanto l’Europa aveva autorizzato. È questa la forbice che spiega l’imbuto: da un lato un’autorizzazione ampia, pensata per dare slancio a un intero settore; dall’altro uno stanziamento reale che si è rivelato insufficiente già alla prima ondata di domande.
Lo sportello ha aperto l’8 aprile 2024 e in venti mesi ha raccolto 48.750 richieste. La progressione è stata tutt’altro che lineare: nell’ultima settimana di apertura, tra il 24 e il 30 novembre 2025, si è concentrato un terzo delle domande totali — esattamente quelle 15.456 pratiche che oggi restano senza copertura. È il classico effetto di un fondo a sportello con dotazione limitata: chi arriva tardi, anche se ha un progetto tecnicamente valido, resta fuori.
La potenza complessiva degli impianti per cui era stato richiesto il contributo ammonta a 3.343,8 MW. Di questi, circa 2.013 MW hanno trovato copertura nei primi cinque atti di concessione. I restanti 1,33 GW — una capacità paragonabile a quella di una grande centrale termoelettrica — sono la potenza che avrebbe potuto entrare in esercizio e che invece rimane bloccata.
Quel gigawatt fantasma: progettisti e installatori in attesa
Dietro gli 1,33 GW non finanziati ci sono imprese, progettisti, installatori e comunità locali che avevano già investito tempo e risorse nella preparazione delle pratiche. Ogni domanda presentata al GSE richiede un progetto tecnico, una configurazione giuridica della comunità energetica, l’individuazione dei partecipanti. Sono costi vivi, anticipati, che ora rischiano di non essere recuperati. Per la filiera dell’installazione — che negli ultimi due anni aveva cominciato a strutturare competenze e team dedicati proprio sulle CER — il segnale è duplice: da un lato la conferma che la domanda esiste ed è forte; dall’altro la consapevolezza che senza un rifinanziamento, una parte significativa di quel mercato potenziale si dissolverà. E con esso, la prospettiva di vedere entrare in esercizio nuova capacità di generazione distribuita proprio nei comuni sotto i 5.000 abitanti, quelli a cui la misura era prioritariamente rivolta.
Alla resa dei conti, per ogni megawatt che il PNRR CACER ha messo in condizione di nascere, ce n’è quasi un altro rimasto al palo. Non è un fallimento: 29.800 beneficiari finanziati sono un risultato tangibile. Ma con 15.456 domande inevase e 1,33 GW di capacità che restano sulla carta, la misura si presenta come un’occasione dimezzata. La vera sfida, ora, non è più la dimostrazione di interesse — quella è arrivata, ed è stata più forte del previsto — ma colmare il gap tra ciò che il territorio ha chiesto e ciò che lo Stato è stato in grado di mettere sul piatto.




