L’associazione dei produttori parla di 10-15 milioni di tonnellate di capacità a basse emissioni già congelate
Da 10 a 15 milioni di tonnellate di capacità produttiva a basse emissioni di carbonio, già programmate dalle acciaierie, restano sulla carta. Sono decisioni di investimento rinviate o sospese perché il tornaconto economico si è indebolito, e rappresentano all’incirca un terzo dei 35 milioni di tonnellate per cui le imprese avevano già assunto impegni concreti in vista del 2033. Il dato arriva da EUROFER, l’associazione dei produttori di acciaio, in un comunicato diffuso il 16 luglio, ventiquattr’ore prima che la Commissione europea presentasse la sua attesa revisione del sistema di scambio di quote di emissioni (ETS).
Nello stesso documento, EUROFER definisce «chiaramente irraggiungibile» la promessa di rendere disponibili 20 milioni di tonnellate di idrogeno pulito entro il 2030. Una premessa che da sola basterebbe a spiegare perché la transizione verde della siderurgia, su cui Bruxelles ha costruito una parte rilevante dei propri obiettivi climatici, sia oggi in stallo.
Il conto dei sogni infranti
I numeri di EUROFER raccontano due velocità. Da un lato, le acciaierie europee hanno già deciso di investire per circa 35 milioni di tonnellate di nuova capacità a ridotte emissioni di carbonio da qui al 2033: una cifra che testimonia uno sforzo reale, avviato nonostante un quadro di mercato reso sempre più difficile dall’aumento dei costi dell’energia e dall’incertezza normativa. Dall’altro, 10-15 milioni di tonnellate di capacità ulteriore, che dovevano affiancarsi a quel primo blocco, sono state messe in pausa o rinviate. Il motivo non è tecnologico né legato a un ripensamento ambientale: è la semplice constatazione che i conti non tornano.
Quei 10-15 milioni di tonnellate mancanti non sono un dettaglio. Se consideriamo che l’obiettivo europeo di decarbonizzazione siderurgica si regge sulla progressiva sostituzione degli altoforni a carbone con forni elettrici e impianti a riduzione diretta alimentati a idrogeno verde, ogni rinvio allontana il momento in cui il sistema potrà reggersi senza le quote gratuite dell’ETS. E il parallelo con l’idrogeno è illuminante: il target comunitario di 20 milioni di tonnellate al 2030, già ritenuto da molti osservatori molto ambizioso, oggi – stando all’associazione – è palesemente fuori portata. Senza idrogeno abbondante e a prezzi accettabili, la nuova capacità produttiva a basse emissioni non può entrare in funzione, e i progetti fermi rischiano di diventare definitivamente accantonati.
Perché il business case non regge
Dietro ogni progetto sospeso c’è un calcolo che non torna: il prezzo della materia prima verde. Produrre acciaio decarbonizzato significa disporre di elettricità pulita in enormi quantità e di idrogeno ottenuto per via elettrolitica a costi industriali sostenibili. Nessuna di queste due condizioni, oggi, è soddisfatta in Europa. Lo ricorda senza giri di parole lo stesso EUROFER in una presa di posizione pubblicata nei giorni scorsi: «È una fantasia credere che l’industria siderurgica europea possa decarbonizzarsi completamente entro il 2033 senza elettricità pulita e idrogeno a prezzi accessibili». Il messaggio è diretto, e arriva da chi quei progetti li dovrebbe realizzare.
A rendere la scommessa ancora più difficile c’è la concorrenza internazionale. Mentre l’Europa si interroga su come finanziare la propria trasformazione industriale, gli Stati Uniti hanno già messo sul tavolo 370 miliardi di dollari di incentivi fiscali per l’energia pulita con l’Inflation Reduction Act (IRA), una legge firmata nell’agosto 2022. Quei sussidi riducono il costo dell’idrogeno e dell’elettricità verde per i produttori americani, creando un divario competitivo che gli investitori vedono con chiarezza. Per un’acciaieria che deve decidere dove piazzare miliardi di euro in un nuovo impianto, l’attrattiva di un sito negli Stati Uniti, sostenuto da crediti d’imposta certi e da energia a buon mercato, è oggettivamente superiore a quella di un impianto europeo alle prese con prezzi elettrici elevati e un quadro regolatorio che si modifica di anno in anno.
Il combinato disposto di idrogeno assente, elettricità cara e incentivi altrui ha già prodotto un primo bilancio: una fetta consistente degli investimenti annunciati non si è tradotta in cantieri. E senza una correzione di rotta, la capacità che l’UE si era immaginata per il 2033 rischia di restare un esercizio di pianificazione.
La risposta di Bruxelles: più quote, ma fino a quando?
Di fronte a questo stallo, la Commissione europea ha scelto la strada del rinvio. La revisione dell’ETS presentata il 17 luglio propone di estendere fino al 2038 l’allocazione gratuita di quote per i settori soggetti al meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (CBAM), rallentando di fatto l’eliminazione graduale che era stata prevista. Nel periodo 2026-2030, la nuova formula dovrebbe aggiungere circa 6 miliardi di euro di quote gratuite all’industria, un’iniezione di liquidità implicita per contenere i costi della transizione.
L’effetto è un paradosso. L’ETS, nato nel 2005 come primo mercato del carbonio al mondo per spingere le imprese a ridurre le emissioni, diventa sempre più un ammortizzatore temporaneo che allontana il momento della verità. Regalare più quote e rinviare la scadenza del 2038 può dare respiro alle acciaierie, ma non risolve la questione di fondo: senza energia pulita a prezzi competitivi, gli obiettivi continueranno a slittare, e il traguardo della decarbonizzazione si sposterà in avanti quasi per inerzia. Il punto, come sintetizza la stessa EUROFER, è che l’industria non può trasformarsi senza una fornitura di idrogeno che oggi appare lontanissima. Tenete d’occhio i target sull’idrogeno: quei 20 milioni di tonnellate al 2030 sono già un miraggio.




