Il prezzo medio italiano è di 116 euro per MWh contro gli 85 della media UE, con un terzo della
La bolletta di luglio arriva e il cuore sobbalza: oltre 200 euro per una famiglia di quattro persone. Il condizionatore gira a pieno regime, fuori ci sono 38 gradi, e quella cifra non è un errore — è la normalità italiana. A 31 centesimi per kWh, il prezzo medio che già nel 2024 pagavamo secondo le elaborazioni di Ecco, bastano poco più di 650 kWh in un mese per sfondare quella soglia. E non è andata meglio da allora: l’Italia ha il costo dell’elettricità più alto tra i grandi Paesi UE, un primato che pesa ogni giorno su famiglie e imprese. Ma cosa rende così salata la bolletta? Facciamo i conti con l’Europa.
Perché l’Italia è il paese UE con l’elettricità più cara
Partiamo dal mercato all’ingrosso, dove si forma il prezzo della materia energia. Nel 2025, stando al rapporto REPowerEU della Commissione europea, il prezzo medio italiano era di 116 euro per megawattora, contro una media UE di 85 euro. Trentuno euro di differenza ogni MWh, che a valle si traducono in bollette più pesanti per tutti.
Perché paghiamo così tanto? La risposta è in due numeri: 74,8 e 11. Il primo è la percentuale di fonti fossili importate da cui dipende il nostro sistema energetico. Ogni volta che il prezzo del gas sale sui mercati internazionali, la bolletta italiana si impenna — e non abbiamo ancora costruito uno scudo sufficiente per assorbire quegli scossoni. Il secondo numero sono gli 11 centesimi di euro per kWh che nel 2024 componevano la parte fiscale e parafiscale della bolletta elettrica: su un costo medio di 31 centesimi, ben 15 andavano alla materia energia, 5 ai servizi di rete e 11 a componenti fiscali, oneri di sistema e costi indiretti legati alle politiche climatiche. In pratica, un terzo di quello che paghiamo non c’entra con l’energia che consumiamo.
Ma c’è un paradosso che spiega meglio di ogni altra cosa la distorsione del sistema: le famiglie italiane pagano sull’elettricità tasse e oneri quasi quattro volte superiori rispetto al gas. In altre parole, lo Stato rende più conveniente bruciare metano che usare una pompa di calore — l’esatto contrario di quello che servirebbe per decarbonizzare i consumi domestici e tagliare la dipendenza dalle importazioni. Il risultato è che due milioni e quattrocentomila famiglie sono in povertà energetica: non riescono a scaldarsi d’inverno né a raffrescarsi d’estate senza dover scegliere quali altre spese sacrificare.
C’è poi un costo nascosto che non arriva in bolletta ma lo paghiamo in altri modi: l’inquinamento atmosferico, che in Italia causa ogni anno oltre 60.000 morti premature. Un tributo silenzioso che colpisce soprattutto le aree urbane e che ha la stessa radice della bolletta cara — un mix energetico ancora troppo legato ai combustibili fossili.
Spegnere la zavorra: cosa può cambiare (e cosa possiamo fare)
Dunque, siamo condannati a pagare sempre di più? No, se si agisce su due leve: fiscalità e rinnovabili. La buona notizia è che i margini di manovra esistono e sono misurabili. Partiamo dai Sussidi Ambientalmente Dannosi — quelli che premiano chi inquina o chi consuma fonti fossili: in Italia valgono circa 25 miliardi di euro l’anno, di cui 14 concentrati nel solo settore energetico. Spostare anche solo una parte di quelle risorse verso la riduzione degli oneri in bolletta o verso incentivi per l’elettrificazione pulita cambierebbe la convenienza economica per milioni di famiglie.
L’Italia dispone di una rete elettrica tra le più avanzate e digitalizzate d’Europa — un’infrastruttura che può accogliere molta più generazione rinnovabile di quanta ne installiamo oggi. Nel 2025 le nuove installazioni di rinnovabili sono state pari a 7,2 GW, leggermente sotto i 7,6 GW del 2024. Non è poco, ma non basta: per abbattere strutturalmente il prezzo all’ingrosso dobbiamo accelerare, e per farlo servono procedure autorizzative più rapide e aree dedicate a livello regionale.
Qui arriva il punto decisivo. «Le due urgenze immediate — sintetizza Massimo Tavoni del Politecnico di Milano, autore principale del report — sono fiscalità e autorizzazioni: occorre superare le asimmetrie che penalizzano il vettore elettrico rispetto al gas e rendere operative le aree di accelerazione regionali, così da favorire gli investimenti nella nuova capacità rinnovabile». Detto in parole semplici: finché l’elettricità è tassata quattro volte più del gas, nessuna famiglia sceglierà mai una pompa di calore solo per convinzione ambientale. Deve convenire. E perché convenga, la leva fiscale è lo strumento più rapido che abbiamo.
Cosa significa tutto questo per chi legge? Significa che la bolletta di luglio non è una condanna eterna. Se nei prossimi mesi il governo metterà mano alla riforma dei sussidi fossili e all’armonizzazione della fiscalità energetica, potremo vedere una riduzione progressiva della componente fiscale sull’elettricità. Se le Regioni attiveranno le aree di accelerazione per le rinnovabili, l’aumento dell’offerta di energia pulita a costo marginale zero inizierà a premere al ribasso anche sul prezzo all’ingrosso, riducendo la nostra esposizione alle oscillazioni del gas. Sono scelte politiche, non fantasie tecnologiche: i pezzi ci sono tutti, vanno solo incastrati nell’ordine giusto.
Il futuro elettrico può essere più leggero, ma dipende da scelte che partono anche dal nostro contatore. Per ora, teniamo d’occhio la bolletta e pretendiamo che il costo dell’energia pulita arrivi davvero nelle nostre case.




