Pechino riduce gli incentivi per frenare una filiera in iper-produzione e cerca nuovi sbocchi all’estero

Meno 66 per cento. È il tonfo delle nuove installazioni solari in Cina nel primo semestre 2026: 72,07 GW contro i 212 GW dello stesso periodo 2025, secondo i dati della National Energy Administration. Un numero che ribalta la narrazione degli ultimi anni e ridisegna i pesi del fotovoltaico mondiale. Mentre Pechino schiaccia il freno per curare una filiera in iper-produzione, Stati Uniti e Italia infrangono un record dopo l’altro.

Perché Pechino rallenta la sua stessa corsa

Il motivo della frenata non è un calo della domanda globale di pannelli, ma un eccesso di offerta che la Cina stessa ha generato. Le associazioni di settore cinesi parlano di domanda debole, scorte in aumento e pressione sui produttori di polisilicio. Il governo ha ridotto gli incentivi e irrigidito le regole per i nuovi impianti, specie nel segmento delle celle. Il risultato è un mercato interno che si contrae con violenza: a giugno le nuove installazioni sono state solo 12,48 GW, il 13,09% in meno dello stesso mese del 2025. La Cina non sta abbandonando il solare, lo sta razionalizzando. Ma la sovraccapacità produttiva cerca comunque uno sbocco.

E lo trova fuori dai confini. Shenzhen Energy ha annunciato il 22 luglio un investimento da 34 milioni di dollari per un impianto da 50 MW in Ghana, il suo primo progetto solare all’estero. Un segnale piccolo ma nitido: la gigafactory cinese del fotovoltaico esporta i pannelli e ora anche i capitali, puntando su mercati dove la domanda di elettricità cresce più in fretta delle infrastrutture.

L’accelerazione americana entra nei libri di storia

Sull’altra sponda del Pacifico il semestre ha un segno opposto. Solare e storage hanno coperto da soli il 91% di tutta la nuova capacità elettrica installata negli Stati Uniti nei primi tre mesi del 2026. Non è un dettaglio: è una fotografia della direzione presa dalla rete americana, che per la prima volta a maggio ha visto la generazione solare mensile superare quella da carbone, un sorpasso storico. In Texas, il termometro della rete ERCOT ha registrato picchi che fino a due anni fa sembravano fantascienza: 34,427 GW di solare il 13 maggio, poi 35,425 GW il 9 luglio, e un record di 52 GW da rinnovabili combinate il 14 maggio. Il sistema regge, e quando la domanda cala sono proprio le batterie a spianare la curva.

L’Italia non è spettatrice

Il semestre italiano si chiude con un dato che fa rumore: il fotovoltaico è diventato la prima fonte rinnovabile del Paese per energia prodotta, con 26,3 TWh nei primi sei mesi del 2026. Insieme all’eolico ha coperto oltre un quarto della domanda elettrica nazionale. Giugno ha portato altri 6,5 TWh di produzione solare, con un incremento del 15,7% rispetto a giugno 2025. Non è soltanto meteorologia favorevole: la capacità in esercizio è cresciuta di 3.093 MW nel primo semestre, un’espansione silenziosa ma continua, fatta di piccoli e medi impianti che stanno cambiando il profilo della generazione nazionale.

Il contrasto con la Cina non è soltanto numerico. Pechino riduce l’assorbimento interno e cerca nuovi mercati per evitare il collasso dei prezzi dei moduli – un’onda che arriverà anche in Europa e che potrebbe accelerare ulteriormente le installazioni. Washington e Roma, intanto, spingono sull’acceleratore senza bisogno di inseguire la taglia massima: contano di più l’integrazione con lo storage e la prevedibilità della produzione. Il numero da osservare nei prossimi mesi è la forbice tra i prezzi dei pannelli, destinati a scendere ancora, e la capacità di rete disponibile per assorbire nuovi impianti. Chi saprà accoppiare moduli a basso costo con batterie e connessioni rapide continuerà a macinare record.

Gli altri resteranno a guardare.