L’asta ha assegnato 6 TWh su un obiettivo al 2030 di 5,7 miliardi di metri cubi
Il 21 luglio il GSE ha chiuso la prima asta commerciale per il biometano: sei spedizionieri si sono aggiudicati complessivamente 6 TWh per l’anno termico 2026/2027. Enel, Eni e Società Gas Rimini hanno ottenuto gli accordi quadro per il lotto destinato al settore trasporti. Burgo Energia, Iren e Axpo Italia si sono aggiudicate il lotto per gli altri usi. La gara, lanciata a giugno, metteva sul piatto fino a 3.000 GWh per lotto, ciascuno suddiviso in tre stock da 1.000 GWh, con consegne dal 1° ottobre 2026 al 30 settembre 2027. Un meccanismo lineare, che per la prima volta prova a dare un mercato al biometano italiano.
Ma se i vincitori possono brindare, i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia ha un obiettivo, fissato dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima: 5,7 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030. La produzione attuale, secondo un’analisi di PwC Italy, è ferma a circa 0,4 miliardi di metri cubi nel 2024. Per colmare il divario servirebbe un incremento di oltre quattordici volte in sei anni. I 6 TWh appena assegnati sono un passo, non la soluzione.
Un’asta, sei vincitori: chi si è preso il biometano
La struttura della gara GSE merita attenzione perché disegna il perimetro di quello che, nelle intenzioni, dovrebbe diventare un mercato liquido. Due lotti distinti: trasporti e altri usi. Il primo se lo sono spartiti tre colossi — Enel, Eni e la più piccola Società Gas Rimini. Il secondo è andato a Burgo Energia, Iren e Axpo Italia. La presenza di Eni ed Enel non sorprende: sono i due grandi operatori energetici del paese. Più interessante la quota di operatori come Burgo e Iren, che segnalano un interesse concreto da parte di settori industriali e multiutility territoriali, per cui il biometano può diventare una leva di costo e di approvvigionamento.
La gara offriva lotti divisi in tre stock da 1.000 GWh ciascuno: una scelta tecnica che punta a favorire la partecipazione anche di operatori non giganteschi e a evitare concentrazioni eccessive. Il meccanismo sembra aver funzionato. Resta da vedere cosa succederà quando le consegne inizieranno davvero, il 1° ottobre. La domanda reale, la logistica, la capacità degli impianti di immettere volumi regolari nella rete nazionale: tutto questo non lo decide un’asta. Ma intanto si è creato un segnale di prezzo e un primo scheletro di mercato. Non è poco,
ma non basta.
Il miracolo mancato: produzione cresciuta di 29 volte, ma il traguardo è lontano
Dietro l’euforia dell’asta, i numeri della produzione sono impietosi — e istruttivi. I dati dell’IEA Bioenergy mostrano che tra il 2017 e il 2023 la produzione italiana di biometano è passata da 9 milioni di normal metri cubi a 260 milioni: un aumento di quasi 29 volte. Sembrerebbe un successo. E in parte lo è, perché racconta la nascita di una filiera dal nulla, con impianti che hanno iniziato a immettere gas rinnovabile nella rete nazionale.
Ma 260 milioni di Nm3 sono uno 0,26 di miliardo. L’obiettivo PNIEC per il 2030 è 5,7 miliardi di metri cubi. Ventidue volte di più, in sette anni. E qui arriva il problema strutturale: già nel 2022, il Nuovo Decreto Biometano ha escluso il settore termoelettrico dal suo ambito di applicazione. Tradotto: gli incentivi e i meccanismi di sostegno pensati per far decollare la filiera non coprono chi produce biometano da bruciare in centrali termoelettriche. È una scelta che ha una logica — privilegiare usi più pregiati come i trasporti e l’industria, dove l’elettrificazione diretta è più difficile — ma che restringe il perimetro della domanda potenziale.
Per raggiungere 5,7 miliardi di metri cubi servono centinaia di nuovi impianti, autorizzazioni, connessioni alla rete, contratti di fornitura. E serve un mercato abbastanza ampio da assorbire quei volumi senza far crollare i prezzi. Escludere a monte un intero comparto — peraltro sotto pressione per decarbonizzare — significa restringere le opzioni. Non è un dettaglio tecnico: è una contraddizione tra l’ambizione dei target e la timidezza degli strumenti.
La Germania alza la posta: le aste europee e il prezzo del biometano
Mentre l’Italia organizza la sua prima asta, il contesto europeo corre. Il piano REPowerEU fissa un obiettivo Ue di 35 miliardi di metri cubi di biometano entro il 2030. La Germania, in particolare, ha già lanciato aste per oltre 1 GW di capacità bioenergetica: 726,7 MW per biomassa e 300 MW per biometano. Lo scorso aprile, l’agenzia federale tedesca ha fissato il livello massimo di sussidio per il biometano a 0,2313 euro/kWh, con un aumento del 10% dopo che nel 2025 l’asta era andata deserta — nessuno aveva presentato offerte.
Il dato tedesco è doppiamente significativo. Primo, perché mostra che anche in un mercato come quello tedesco il biometano fatica a competere senza incentivi consistenti. Secondo, perché rivela una determinazione politica che in Italia non si è ancora vista: se l’asta va deserta, Berlino alza i sussidi e riprova. Non esclude settori, non ripensa la strategia: rilancia.
Con l’Italia che esclude il termoelettrico dal decreto di sostegno, la domanda è se resterà un mercato sufficiente per attrarre investimenti sulla scala necessaria. I 6 TWh dell’asta GSE sono un banco di prova: se i volumi verranno assorbiti senza intoppi, il segnale sarà positivo. Ma sei TWh non fanno primavera, e i 5,7 miliardi di metri cubi del PNIEC restano, al momento, un numero scritto su un documento di piano.
L’asta del 21 luglio è un inizio necessario. Ma il combinato disposto tra esclusioni normative, concorrenza europea e la distanza tra produzione reale e target dichiarato pone una domanda scomoda: gli obiettivi italiani di biometano sono ancora credibili? O stiamo costruendo un mercato che, per come è disegnato, non potrà mai raggiungere la scala che serve?



