Il meccanismo del concerto si è trasformato in un potere di veto senza adeguata motivazione
La sentenza che ha fatto tremare i palazzi
Per capire il caos, bisogna tornare al 2025. Il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittima la delibera del Consiglio dei Ministri che negava la Valutazione di Impatto Ambientale per un impianto eolico da 42,7 MW in Basilicata. Il motivo è chirurgico: il contrasto tra il parere favorevole della Commissione VIA e il parere negativo del Ministero della Cultura era stato risolto in favore di quest’ultimo senza che venissero in alcun modo illustrate le ragioni di questa prevalenza. In altre parole, il governo aveva detto no al progetto senza spiegare perché le ragioni del paesaggio dovessero contare più delle ragioni dell’energia.
Quella sentenza ha smontato un meccanismo che funziona così da troppo tempo. Il Ministero della Cultura esprime un parere, che tecnicamente è un concerto, e quel concerto può diventare un veto. Non è un dettaglio procedurale: è il cuore del problema. La norma dice che per le VIA statali il provvedimento è adottato previa acquisizione del concerto del Direttore generale Archeologia, belle arti e paesaggio del MiC. Per i progetti del PNRR o attuativi del PNIEC, il concerto è del Soprintendente speciale per il PNRR. In entrambi i casi, se il funzionario del MIC dice no, il progetto rischia di fermarsi. E quasi sempre si ferma.
Il Consiglio di Stato ha ricordato che la discrezionalità amministrativa non è un passepartout. Un no deve essere motivato, altrimenti è illegittimo. Ma una sentenza non basta: i numeri di oggi raccontano un’altra storia.
Ottanta contro quattordici
Eppure, i numeri non mentono. Secondo i dati di Legambiente aggiornati allo scorso marzo, sono 88 i progetti bloccati dalle istituzioni relative ai beni culturali nazionali e regionali. Di questi, 80 portano la firma del Ministero della Cultura. Ottanta impianti che potrebbero produrre energia pulita, ridurre le bollette, farci respirare un po’ meglio. Fermati da un parere.
Nelle scorse settimane il governo ha provato a dare un segnale, sbloccando le autorizzazioni per 14 impianti in Puglia, Basilicata, Lazio e Sardegna, per un totale di 530 megawatt. I progetti erano fermi proprio a causa di pareri discordanti tra il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e le Soprintendenze del Ministero della Cultura. Quattordici contro ottanta. Il rapporto è di uno a quasi sei. Se questa è la velocità del disbrigo, per liberare tutti i progetti bloccati dal MIC ci vorranno anni. Resta il nodo di chi decide davvero, e perché.
Un’infrazione nascosta nel decreto
Per capire come siamo arrivati a questo paradosso, serve uno sguardo al 2020. La Commissione Europea aveva avviato una procedura di infrazione contro l’Italia per insufficienza nell’attuazione della direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale. Era il 12 febbraio, e Bruxelles contestava al nostro Paese di non aver recepito correttamente le norme comunitarie. Per archiviare quella procedura, il 16 luglio 2020 il governo intervenne in via d’urgenza con il Decreto Legge n. 76, convertito poi dalla Legge 11 settembre 2020, n. 120. Il meccanismo del concerto con il Ministero della Cultura doveva essere una garanzia di coordinamento, non un’arma di blocco. Ma nella pratica si è rivelato esattamente l’opposto.
Il cortocircuito sta tutto qui: si è creata una procedura dove il concerto del MIC può prevalere senza una vera motivazione. Il Consiglio di Stato ha detto che non si può fare, ma la macchina amministrativa non sembra aver recepito il messaggio. I progetti restano fermi, le imprese aspettano, le pale eoliche e i pannelli solari restano sulla carta. La domanda ora è se il governo userà quella sentenza per riformare il meccanismo, obbligando il MIC a motivare ogni diniego con argomentazioni trasparenti e verificabili, o se continuerà a procedere a colpi di decreti e sblocchi selettivi.
La sentenza c’è. I numeri dell’emergenza ci sono. Ma per le imprese e per il clima, i progetti restano al palo. Il Ministero della Cultura è ancora il più potente freno alla transizione energetica italiana. E a guardare quei 14 impianti sbloccati contro gli 80 ancora fermi, viene da chiedersi: quanto ancora?




