Il progetto prevede 18 applicazioni dimostrative in tre macroaree industriali
Lo scorso 25 giugno l’azienda croata Monter Strojarske Montaže ha stretto un accordo con lo specialista internazionale di pipeline CRC Evans per costruire più di 200 chilometri di infrastrutture per il trasporto di idrogeno attraverso Croazia, Slovenia e Italia. L’intesa, riportata in esclusiva da Pipeline Journal, segna il passaggio dalla progettazione alla posa fisica dei tubi per uno dei progetti faro dell’idrogeno europeo. La notizia arriva a quasi quattro anni dalla firma della lettera di intenti che ha dato il via all’iniziativa e a tre anni dall’avvio formale del cantiere progettuale. L’Unione Europea, attraverso il programma Horizon Europe e la Clean Hydrogen Partnership, ha stanziato circa 25 milioni di euro di finanziamento a fondo perduto per questa fase.
Il gasdotto è il cuore infrastrutturale della North Adriatic Hydrogen Valley (NAHV), un progetto dal budget complessivo di 344,4 milioni di euro che copre un arco temporale dal 1° settembre 2023 al 31 agosto 2029, come documentato nella pagina ufficiale del progetto NAHV. L’iniziativa è stata formalizzata già nel marzo 2022 con una lettera di intenti sottoscritta dal Ministero delle Infrastrutture sloveno, dal Ministero dell’Economia e dello Sviluppo Sostenibile croato e dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. L’obiettivo di lungo periodo è ambizioso ma misurabile: una volta a regime, l’infrastruttura dovrà supportare la produzione di oltre 5.000 tonnellate di idrogeno rinnovabile all’anno.
Diciotto banchi di prova
NAHV non è soltanto un tubo. Il progetto prevede l’attivazione di 18 applicazioni dimostrative — veri e propri banchi di prova — raggruppate in tre macroaree: settori industriali difficili da decarbonizzare (i cosiddetti “hard to abate”, come la siderurgia e la chimica), produzione di energia e trasporti. Si tratta di una scelta di portafoglio che risponde a un principio ingegneristico preciso: testare l’idrogeno dove l’elettrificazione diretta non arriva, o arriva con rendimenti troppo bassi per essere praticabile.
La logica è quella del real-life testing: ogni applicazione pilota opera in condizioni reali, con carichi variabili, intermittenze e vincoli normativi locali. Non si tratta di simulazioni da laboratorio. Il passaggio chiave, come vedremo, è nella scala di maturità tecnologica che il progetto si impegna a percorrere.
La maturità tecnologica in pratica
Per chi non mastica la terminologia dei bandi europei: il Technology Readiness Level (TRL) è una scala da 1 a 9 che misura quanto una tecnologia sia vicina al mercato. Il TRL 1 è la ricerca di base; il TRL 9 è un prodotto commerciale funzionante in ambiente operativo. NAHV parte da un TRL 6 — prototipo dimostrato in ambiente rilevante — e punta a raggiungere il TRL 8 entro la chiusura del progetto, ovvero un sistema completo e qualificato, testato in condizioni reali. È un salto di due gradini in sei anni, che nella pratica ingegneristica significa passare da “funziona in condizioni controllate” a “funziona con la variabilità del mondo reale”. Non è poco, e i rischi di ritardo sono concreti: ogni testbed ha una propria curva di apprendimento, e i colli di bottiglia nella catena di fornitura dell’elettrolisi e della compressione sono ben noti.
In parallelo, il programma NACHIP — Northern Adriatic Clean Hydrogen Investment Platform — mette sul piatto un meccanismo di accelerazione pensato per le piccole e medie imprese. Fino a 18 PMI potranno ricevere un grant fino a 60.000 euro ciascuna per validare tecnologie nascenti a TRL 8-9, pilotare catene del valore dinamiche dell’idrogeno pulito e sviluppare un programma strutturato di trasferimento tecnologico verso il mercato. È una cifra modesta se paragonata ai costi di impianto di un elettrolizzatore, ma sufficiente per finanziare studi di fattibilità, certificazioni e prototipazione rapida — esattamente il tipo di intervento che sblocca l’innovazione incrementale nelle filiere corte.
Il disegno europeo
NAHV non è un caso isolato. L’iniziativa European Hydrogen Backbone (EHB) riunisce 33 operatori di infrastrutture energetiche — tra cui Plinacro (Croazia), Plinovodi (Slovenia) e Snam (Italia) — con l’obiettivo di mappare e costruire una rete di trasporto dell’idrogeno su scala continentale. La dorsale adriatica si inserisce in questa griglia come un tassello del corridoio sud-orientale, collegando la capacità produttiva balcanica ai poli industriali del Nord Italia.
La Commissione Europea ha fissato un traguardo numerico: almeno 50 Hydrogen Valleys in costruzione o operative entro il 2030 in tutta l’Unione. Ad oggi, la Clean Hydrogen JU ha finanziato 27 progetti di Hydrogen Valleys in 23 Paesi europei, per costi complessivi superiori a 1,6 miliardi di euro e un contributo diretto della JU di 328 milioni. Numeri che danno la scala dell’investimento pubblico, ma che vanno letti con cautela: una Hydrogen Valley è per definizione un progetto sistemico, non un singolo impianto. Il rischio è che il moltiplicarsi di iniziative finanziate produca più report che chilogrammi di idrogeno effettivamente immessi nella rete. NAHV, con i suoi 200 chilometri di tubi e le 18 applicazioni testbed, è uno dei pochi progetti che sta passando dalla carta all’acciaio. Il banco di prova vero, per i prossimi tre anni, sarà la posa dei tubi e la tenuta delle guarnizioni — letteralmente.




