Il progetto Fos3F in Francia riceve 126 milioni di euro da fondi pubblici europei e nazionali

Centoventisei milioni di euro. A tanto ammonta la dote pubblica che ha appena incassato il progetto Fos3F, il mega-impianto che BW Ideol e NGE costruiranno nel sud della Francia per fabbricare fondazioni eoliche galleggianti. La cifra arriva da due canali: il Fondo per l’Innovazione dell’Unione Europea ha messo fino a 74 milioni, mentre il regime C3IV per l’industria verde francese ne ha aggiunti 52. L’obiettivo dichiarato è sostenere il rollout dell’eolico galleggiante in Francia.

Nessuna banca, nessun fondo privato: solo lo Stato, con il portafoglio di chi ancora si illude che la transizione si finanzi da sé.

Chi garantisce il prezzo? Il contribuente, col CfD

Più a nord, in Scozia, il copione è identico. Ocean Winds ha ottenuto il semaforo verde per il parco Caledonia da 2 GW, ma la costruzione offshore è prevista nel 2030, e solo se arriverà un Contratto per Differenza e la decisione finale d’investimento. Il CfD è il classico meccanismo in cui lo Stato promette un prezzo fisso: se il mercato scende, la differenza la paga il contribuente. Se sale, l’operatore incamera l’extra. In pratica, lo Stato si accolla il rischio, l’industria prende il margine. Non è una stortura: è il cardine su cui gira tutta l’eolica offshore europea.

Lo Stato regista: agevola, tassa e indaga

Il tutto mentre Bruxelles riscrive le regole per spingere l’elettrificazione a tappe forzate. Il Piano d’Azione per l’Elettrificazione invita i governi a ridurre l’IVA su veicoli elettrici e pompe di calore e programma l’eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili. Include anche una proposta per la parità fiscale tra elettricità e gas, perché oggi la corrente è ancora tassata più del metano. Nello stesso pacchetto spuntano due direttive: una per sfoltire le richieste di connessione speculative che intasano le reti, l’altra per tarare gli oneri di rete efficienti in modo da supportare il funzionamento economico del sistema. Tutto molto razionale, se non fosse che ogni mossa sposta costi e decisioni sulla fiscalità generale. Lo Stato decide quali tecnologie meritano di essere esentate, quali vanno tassate meno e quali utenze possono allacciarsi prima.

E proprio mentre distribuisce questi assegni, la Commissione Europea apre un fascicolo. l’indagine sulla fusione Saipem-Subsea7 è il paradosso perfetto: l’antitrust teme che un unico colosso dei servizi sottomarini possa alzare i prezzi, ma quel colosso esiste solo perché gli Stati hanno già creato un mercato garantito e drogato di premi. Scegliere i vincitori è diventato un affare di Stato, e Bruxelles cerca di fare il notaio in un casinò dove il banco è sempre lo stesso contribuente.

E il cittadino paga il conto tre volte

Il risultato è una catena di montaggio silenziosa ma implacabile. Il consumatore paga un’IVA agevolata sulla pompa di calore ma finanzia con le imposte i fondi europei che costruiscono le fabbriche di pale. Paga il CfD in bolletta o attraverso la fiscalità generale mentre i gestori di rete spalmano i costi di connessione su tutti. E nel frattempo i governi trattano l’eolico come un campione nazionale da proteggere, non come una tecnologia pronta a camminare sulle proprie gambe.

La domanda che resta in bilico è semplice: quanti di questi gigawatt di carta sarebbero economicamente sostenibili senza un assegno pubblico? Perché fino a quando la risposta sarà «nessuno», la transizione non sarà una rivoluzione di mercato, ma un trasferimento di denaro dai contribuenti alle utilities. Con Bruxelles che, per non sbagliare, indaga e scrive riforme contemporaneamente.