Il piano Ue per l’elettrificazione punta al 46% di energia pulita entro il 2040

Mentre Bruxelles sforna piani per raddoppiare la quota di elettricità, guardiamo un numero che da solo racconta meglio di mille dichiarazioni quanto sia sbilanciato il meccanismo. Solo una frazione minima delle entrate generate dal mercato del carbonio finanzia davvero la trasformazione industriale: secondo i dati più recenti, la percentuale di entrate ETS destinata alla decarbonizzazione industriale si ferma intorno al 5%. Il resto si perde tra compensazioni, bollette calmierate e voci di bilancio generiche.

Ecco il paradosso: il più grande schema ambientale del continente per ora non paga la transizione che predica.

Accise invertite e tanta burocrazia

Il 17 luglio 2026 la Commissione europea ha presentato il Piano d’Azione per l’Elettrificazione. L’architrave è un obiettivo misurabile: portare l’obiettivo di raddoppiare la quota di elettricità al 46% entro il 2040 — dal 23% di oggi — nel mix energetico dell’Unione. Per riuscirci, il piano contiene un pezzo di legislazione che ribalta una stortura antica: una direttiva per garantire che l’elettricità non sia più tassata più del gas. La chiamano proposta di riforma delle accise, ed è lì che si misura la serietà delle intenzioni. Quando arriverà il testo vincolante, si capirà se è un ribilanciamento vero o l’ennesimo contentino per le utility.

Perché finora è andata così: l’elettricità sconta imposte più alte del metano in quasi tutti gli Stati membri, un residuo di quando era generata soprattutto da fonti fossili. Raddrizzare la tassazione è una mossa da ragionieri, niente a che vedere con gli annunci di svolta, ma sposta soldi veri. Toglie alle casse pubbliche e lascia più margine a chi investe in pompe di calore, forni industriali elettrici, mobilità a batteria. E però senza un meccanismo che obblighi i governi a usare i proventi ETS per coprire il minor gettito, il rischio è un taglio lineare che impoverisce i bilanci pubblici e basta. Il piano fissa una rotta, ma i remi restano in mano ai ministeri delle Finanze nazionali.

Non è un caso che lo stesso giorno in cui l’esecutivo UE annunciava il suo piano, nel sud della Francia prendeva forma un’altra faccia della transizione, quella fatta di acciaio, banchine e commesse. L’impianto per fondazioni galleggianti di BW Ideol e NGE nell’area di Fos-sur-Mer è stato progettato per sfornare circa 30 fondazioni galleggianti all’anno, equivalenti a circa 500 MW di capacità eolica offshore. Il cantiere promette più di 1.300 posti di lavoro diretti, numeri che in un territorio segnato dalla deindustrializzazione fanno la differenza tra un piano di transizione accettato e uno respinto.

Chi paga le quote rosa della transizione

Il quadrilatero normativo europeo non menziona mai la parità di genere. Non è richiesto. Eppure dall’altra parte dell’Atlantico il Brasile sta costruendo un’impalcatura sociale che sfida l’idea tutta ingegneristica della decarbonizzazione. Il 12 agosto 2025 il programma Women in Wind del GWEC ha aderito formalmente al Brazil National Energy Gender Equity Pact, un’alleanza che riunisce oltre 15 reti guidate da donne nel settore energetico brasiliano. Il patto si fonda su i cinque punti dell’impegno per l’equità di genere che mescolano rappresentanza nei processi decisionali, indicatori di razza e genere nelle politiche energetiche, contrasto alla povertà energetica con approccio di giustizia di genere, formazione professionale per le donne nella nuova economia verde e rafforzamento delle reti femminili.

«Firmare questa Carta per conto di GWEC e Women in Wind è un potente promemoria del fatto che la transizione energetica del Brasile deve essere non solo verde, ma anche giusta e inclusiva», ha dichiarato Roberta Cox. e Women in Wind è un atto politico tanto quanto un permesso di costruzione. Marcela Ruas, Program Manager America Latina del GWEC, ha aggiunto: «È stato incredibilmente gratificante contribuire a portare Women in Wind nel Patto nazionale per l’equità di genere nell’energia».

La lettera d’impegno sarà portata a la COP30 di Belém. Ed è qui che la forbice tra le due visioni diventa tagliente. Da un lato gigawatt, capacità produttiva, distorsioni fiscali da correggere. Dall’altro la domanda su chi può accedere a quella nuova elettricità, chi decide dove vanno le turbine e chi ha i soldi per pagare la bolletta quando la tariffa elettrica supera quella del gas.

Che succede a chi resta fuori

Il punto non è se l’Europa debba copiare il Brasile — non può e non avrebbe senso — ma se le risorse mobilitate per decarbonizzare stiano toccando anche le disuguaglianze di partenza. Il piano di elettrificazione calcola i megawatt, non il reddito di chi abita in un alloggio popolare senza cappotto termico. La fabbrica di Fos-sur-Mer crea posti di lavoro, ma nessuno ha ancora misurato quante donne entreranno in quelle officine. Il patto brasiliano, invece, mette nero su bianco indicatori di razza e genere, e obbliga le aziende firmatarie a rendicontarli.

La domanda aperta è: le istituzioni finanziarie internazionali che finanziano le infrastrutture verdi accetteranno di condizionare i prestiti anche a questi parametri? E l’Europa, che con il nuovo ETS e il Fondo sociale per il clima ha appena iniziato a occuparsi di povertà energetica, è disposta a vincolare gli investimenti in rinnovabili a criteri di equità salariale e di genere?

Al momento, né il Piano di elettrificazione né i bandi dei fondi per l’innovazione contengono clausole simili. Bruxelles sceglie la via della neutralità tecnologica e la redistribuzione dei costi attraverso i trasferimenti sociali, non attraverso l’ingegneria dei sussidi. A Belém, invece, l’intesa brasiliana arriverà con una domanda scomoda: se la transizione è solo una questione di cemento e cavi, chi paga il fatto che le donne e le minoranze siano le ultime a salire sul treno?