Il decreto MASE da 230 milioni finanzia cinque tecnologie per decarbonizzare cemento, chimica e acciaio
La scorsa settimana il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha messo nero su bianco una strategia che rifiuta la scommessa secca su una singola tecnologia. Con l’approvazione del decreto e lo stanziamento di 230 milioni di euro, il MASE ha aperto un ventaglio di soluzioni che spazia dall’efficienza energetica all’elettrificazione, dall’autoconsumo da fonti rinnovabili fino all’idrogeno e ai sistemi di cattura e stoccaggio della CO₂. Non è un catalogo di buone intenzioni: è un set di opzioni tecnicamente distinte, ciascuna con i propri numeri di fattibilità, messe a disposizione delle imprese che devono abbattere emissioni dove è più difficile farlo.
Il decreto ministeriale n. 173, firmato il 15 maggio scorso, approva in realtà due linee di intervento parallele. Cinquantamila di euro vanno alla riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare pubblico; la fetta più consistente, 180 milioni, è destinata a decarbonizzare i processi produttivi dei settori cosiddetti hard-to-abate, quelli dove le emissioni di processo – pensiamo a cemento, chimica, acciaio – non si eliminano semplicemente cambiando combustibile. È una partita che riguarda il cuore termico e chimico degli impianti, non la superficie.
La cassetta degli attrezzi: idrogeno, rinnovabili e CCS
Chi scorre l’elenco delle tecnologie ammesse trova un impianto pragmatico, quasi da manuale di ingegneria dell’energia pulita. I progetti potranno puntare sull’efficienza energetica, la voce più immediata e spesso quella con i tempi di ritorno più rapidi: recupero di cascami termici, ottimizzazione dei forni, rifacimento degli isolamenti. Poi c’è l’elettrificazione dei consumi termici, che in alcuni processi industriali può sostituire combustione diretta con resistenze elettriche, pompe di calore ad alta temperatura o forni ad arco; un passaggio che ha senso reale solo se accompagnato da una fornitura elettrica decarbonizzata, altrimenti si sposta il problema a monte.
Il bando esplicita questa condizione prevedendo il finanziamento di impianti per l’autoconsumo da fonti rinnovabili: fotovoltaico in primis, ma anche altre configurazioni, integrate direttamente nello stabilimento, così da accoppiare generazione e carico e ridurre l’impronta della bolletta oltre che quella del mix di rete. L’idrogeno compare come vettore per usi termici ad alta temperatura e come materia prima per processi chimici, mentre le tecnologie CCS – cattura e stoccaggio della CO₂ – entrano in scena per quei flussi di anidride carbonica che non si riesce a eliminare a monte, come le emissioni di processo dalla calcinazione del calcare nel cemento. Non c’è una gerarchia predefinita tra queste opzioni: la misura finanzia interventi diversi proprio perché nessuna tecnologia, da sola, può coprire l’intero spettro degli hard-to-abate.
Dall’Europa al PNRR: una strategia già avviata
Per capire la portata di questo bando, conviene guardare qualche passo indietro. Il 26 febbraio 2025 la Commissione europea ha lanciato il Clean Industrial Deal, un quadro che mette al centro le industrie ad alta intensità energetica, come acciaio, metalli e prodotti chimici. Non si tratta di un regolamento vincolante, ma di un indirizzo politico che segnala la volontà di non lasciare indietro proprio i settori dove decarbonizzare costa di più in termini di capitale per tonnellata di CO₂ evitata.
L’Italia aveva già cominciato a muoversi su questa traiettoria. Nel marzo 2023 il MASE ha pubblicato un avviso per la selezione di progetti di decarbonizzazione industriale nell’ambito del programma PNRR dedicato all’uso dell’idrogeno nei settori hard-to-abate. E a seguire, è stato autorizzato un regime di aiuto complessivo da 550 milioni di euro, in vigore fino al 31 dicembre 2025, proprio per sostenere investimenti legati all’idrogeno negli stessi comparti. Il decreto di questi giorni non nasce dal nulla: è il tassello successivo di una sequenza che ha cominciato con l’idrogeno e ora allarga il perimetro a tutte le tecnologie disponibili, superando la fase del singolo vettore e abbracciando una logica di portafoglio.
Sud e imprese: la sfida della burocrazia
Il vero banco di prova, però, è l’accesso ai fondi. Lo sa bene il MASE, che sta già lavorando a una nuova misura parallela. Secondo quanto dichiarato da Stefania Crotta, il ministero sta preparando un ulteriore intervento da 180 milioni, alimentato dal Fondo di Sviluppo e Coesione, con una chiave di ripartizione territoriale stringente: l’80% delle risorse andrà destinato al Sud Italia, il restante 20% a Centro e Nord. È una fotografia della geografia industriale italiana, che concentra proprio nel Mezzogiorno molti siti energivori e che, al tempo stesso, sconta deficit infrastrutturali cronici.
La cifra, presa da sola, dice poco. Quello che peserà sulla capacità di spesa effettiva è la progettazione: un impianto CCS o un sistema di autoconsumo su un sito industriale richiedono studi di fattibilità, iter autorizzativi e una capacità di rendicontazione che non tutte le imprese hanno in casa. Senza un accompagnamento tecnico e amministrativo tarato sulle dimensioni reali delle aziende – molte delle quali sono medie imprese con uffici tecnici ridotti – si rischia di riprodurre il collo di bottiglia già visto in altre misure: fondi disponibili, domande poche o incomplete.
Per chi installa e gestisce impianti, il nodo non è la tecnologia, che esiste e ha raggiunto livelli di maturità sufficienti per essere messa a terra. Il punto è la capacità di trasformare decreti e bandi in progetti cantierabili, con cronoprogrammi credibili e costi industriali verificati. Senza una regia efficace su questo fronte, i 180 milioni – e ancor più l’effetto leva che dovrebbero generare – rischiano di restare sulla carta.




