La Commissione europea rivede la strategia dopo le critiche della Corte dei conti sui target

Nel 2022, l’idrogeno rappresentava meno del 2% del consumo energetico europeo e il 96% di quel poco veniva prodotto con gas naturale, secondo i dati della Commissione. Eppure, già nel 2020, la strategia europea sull’idrogeno fissava obiettivi che suonano quasi surreali rispetto a quei numeri: 6 GW di elettrolizzatori per idrogeno rinnovabile entro il 2024, 40 GW entro il 2030, equivalenti a una produzione di 10 milioni di tonnellate. Uno scarto che non è solo il segno di una scommessa tecnologica: è il riflesso di un problema di valutazione che ora la Commissione europea sta affrontando proprio mentre i conti cominciano a farsi pesanti.

2% e 96%: i numeri che raccontano il paradosso

Due percentuali bastano per capire la distanza tra la realtà e l’ambizione. L’idrogeno, lo scorso 2022, contava per meno di un cinquantesimo dei consumi energetici del continente. È un segmento marginale, più piccolo di qualsiasi altra fonte primaria. E il 96% di quel segmento veniva dal metano: idrogeno grigio, in gergo, prodotto con processi che emettono CO₂ e che con la transizione c’entrano poco o nulla.

Eppure la scommessa ha le sue ragioni tecniche. L’idrogeno, quando viene utilizzato, non emette anidride carbonica e quasi nessun inquinante atmosferico, come ricordava già nel luglio 2020 il documento della strategia. In un’Europa che punta alla neutralità carbonica entro il 2050, un vettore pulito capace di decarbonizzare acciaierie, chimica e trasporto pesante non è un capriccio: è un tassello necessario. Ma la necessità tecnica non cancella il fatto che, alla prova del mercato, il punto di partenza era ed è ancora vicino allo zero. La domanda che resta aperta è semplice: come si è arrivati a impegnare decine di miliardi su una tecnologia che sei anni prima era quasi inesistente?

Da Bruxelles a Washington: la gara dei sussidi

La risposta è in una strategia che non è solo industriale ma anche geopolitica. La tabella di marcia europea prevede investimenti per la sola capacità di elettrolisi che entro il 2030 oscilleranno tra 24 e 42 miliardi di euro. Se si guarda al 2050, il conto cumulativo per la produzione di idrogeno rinnovabile sale fino a una forchetta compresa tra 180 e 470 miliardi. Sono cifre che, anche nell’ipotesi più bassa, competono con il bilancio settennale di alcuni stati membri.

Nel frattempo, la competizione globale si è accesa. Già nel giugno 2023 gli Stati Uniti avevano lanciato la loro Strategia Nazionale per l’Idrogeno Pulito, affiancandola a strumenti come l’Inflation Reduction Act, che ha creato un potente magnete fiscale per gli investimenti nel settore. Bruxelles non è rimasta a guardare: lo scorso maggio, il terzo bando dell’European Hydrogen Bank ha assegnato 1,09 miliardi di euro a nove progetti, distribuendo risorse tra tre diversi basket di tecnologie e aree geografiche. La competizione tra i partecipanti è stata definita elevata, segno che l’interesse industriale esiste, ma anche che le risorse pubbliche non sono infinite e la selezione si fa stringente.

Il quadro che emerge è quello di una corsa in cui nessuno vuole restare indietro, ma dove la volontà politica e i sussidi cercano di anticipare un mercato che, per ora, non c’è. La tensione tra questi due piani — l’accelerazione delle istituzioni e la lentezza della realtà industriale — è il vero tema del momento.

Obiettivi senza valutazione: cosa rischia di saltare

Ed è proprio qui che la revisione in corso assume un peso particolare. La Commissione europea, che aveva annunciato una consultazione pubblica entro il secondo trimestre del 2026, si prepara a rimettere mano all’intera strategia. Non è un esercizio tecnico: è la conseguenza di un peccato originale che la Corte dei conti europea aveva già messo a verbale lo scorso gennaio 2024. I target di RePowerEU per il 2030, scrivevano i revisori, erano stati fissati in fretta e senza una valutazione d’impatto adeguata. Tradotto: quei 40 GW e quei 10 milioni di tonnellate non erano ancorati a un’analisi robusta di costi, domanda potenziale e fattibilità industriale.

La mancanza di un’adeguata base analitica non è un dettaglio procedurale: è un rischio concreto per la credibilità dell’intero impianto. Se gli elettrolizzatori non trovano abbastanza elettricità rinnovabile a prezzi competitivi, se la domanda di idrogeno pulito non si materializza nei settori industriali target, i miliardi investiti rischiano di creare infrastrutture sottoutilizzate e di deludere le aspettative dei mercati. La consultazione in arrivo, o già partita nei giorni scorsi, servirà esattamente a colmare quel vuoto: raccogliere dati, testare ipotesi, ridimensionare o confermare obiettivi. E per un mercato che ha bisogno di segnali stabili per pianificare, l’incertezza su quei numeri è il vero freno.

Il dato da monitorare, nelle prossime settimane, non è tanto il rilancio dei 40 GW al 2030, ma quanto di quell’obiettivo sopravviverà alla revisione. La strategia europea sull’idrogeno non è mai stata solo una questione di megawatt: è la cartina di tornasole della capacità dell’Unione di programmare una transizione realistica, non soltanto annunciata. I mercati, per ora, aspettano.