La Corte costituzionale ha annullato la moratoria regionale, ma ha ribadito la tutela del suolo agricolo come risorsa scarsa
L’articolo che non poteva esistere
La disposizione cancellata imponeva una moratoria di diciotto mesi, congelando ogni impianto da fonti rinnovabili nelle more della mappatura regionale delle aree idonee, e includeva tra le zone off-limits proprio i suoli agricoli, insieme a zone umide, Rete Natura 2000 e aree protette. La Consulta ha smontato l’articolo in punta di diritto: lo statuto speciale della Sardegna e l’articolo 117 della Costituzione riservano allo Stato la disciplina dell’energia, in linea con la direttiva europea 2018/2001 e con il decreto legislativo 199 del 2021. La regione non poteva surrogarsi al legislatore nazionale e, tanto meno, introdurre uno stop preventivo senza alcun ancoraggio a criteri statali.
Eppure la stessa sentenza contiene un passaggio che peserà a lungo sulla progettazione. La Corte ha definito il suolo agricolo «una risorsa sempre più scarsa», la cui tutela ha rango costituzionale. Un’affermazione che non legittima divieti assoluti, ma fissa un vincolo: ogni nuovo impianto deve dimostrare di non erodere quella risorsa in modo incompatibile. La posta in gioco è enorme. Secondo le stime di Elettricità Futura, per raggiungere gli obiettivi del piano elettrico 2030/REPowerEU servirebbero 84 GW di nuova potenza, di cui 57 GW di fotovoltaico. Senza installazioni su terreni agricoli, quelle cifre sarebbero irraggiungibili.
L’applauso al contrario
Il vero cortocircuito arriva dalla politica. A maggio 2024 il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida aveva fatto inserire nella bozza di un decreto il divieto di installare pannelli fotovoltaici sui terreni agricoli. Il ministero dell’Ambiente, allora guidato da Gilberto Pichetto Fratin, aveva subito fatto sapere che «la proposta non risulta condivisa». Un muro contro muro che aveva congelato il provvedimento.
La scorsa settimana lo stesso ministro Lollobrigida ha accolto favorevolmente la pronuncia della Corte Costituzionale sul fotovoltaico a terra in aree agricole, sostenendo che «noi non abbiamo mai detto no all’energia rinnovabile, abbiamo detto che se devono essere installati nuovi impianti devono consentire l’attività agricola ed oggi la suprema Corte afferma che questa nostra scelta è corretta». È un’interpretazione che scivola sulla superficie. La sentenza non dice che uno Stato può vietare tout court il fotovoltaico nei campi; dice che una regione non può farlo da sola. E se il governo nazionale potrà (e dovrà) fissare paletti, lo farà all’interno di un quadro di competenze statali che resta da scrivere.
Cosa cambia per chi installa
Per chi progetta impianti, il segnale è duplice. Il divieto sardo è fuori gioco e ogni futura iniziativa regionale che tenti uno stop unilaterale sarà probabilmente travolta dallo stesso orientamento. Ma la spada di Damocle di una disciplina nazionale sull’agrivoltaico condiziona la cantierabilità: il decreto legislativo 199/2021 già prevede che gli impianti su aree agricole debbano consentire il proseguimento dell’attività agricola, ma la norma non è stata ancora tradotta in criteri tecnici vincolanti. Il ministro Lollobrigida potrebbe premere per irrigidirli.
Chi sviluppa progetti su terreni coltivati oggi sa che il nemico non è più il no regionale, ma la qualità dell’integrazione. Ogni impianto dovrà dimostrare la convivenza reale con la produzione primaria: non basta produrre kilowatt, servono cicli colturali documentabili, distanziamenti effettivi, rese agronomiche misurabili. La tutela costituzionale del suolo agricolo non vieta il fotovoltaico, ma impone di progettarlo come se fosse un’infrastruttura agricola a tutti gli effetti. E su questo terreno, più che nelle aule di giustizia, si giocherà la vera partita dell’energia rinnovabile italiana.




